Il 2025 era cominciato nel migliore dei modi per Lorenzo Musetti. Entrato in top 10, aveva dimostrando di poter stare stabilmente tra i grandi del tennis, conquistando semifinali e finali nei tornei più importanti su terra battuta. Ma l’estate si sta rivelando complicata. A Washington, nel primo turno dell’ATP 500, è arrivata una nuova sconfitta: ha perso contro Cameron Norrie per 3-6 6-2 6-3. Un’altra caduta. Lorenzo continua a faticare, sia fisicamente che mentalmente. Emblematiche le cinque palle break non sfruttate nel terzo set, sul 2-2. Poi, sotto 2-4, si è arreso nel nono game dopo aver annullato inutilmente due match point.
Ma andiamo con ordine. Tutto ha inizio a Parigi, dove il carrarino, dopo aver raggiunto la semifinale contro Alcaraz, è costretto al ritiro per un infortunio all’adduttore della gamba sinistra, mentre era sotto 4‑6, 7‑6(3), 6‑0, 2‑0. Da lì cominciano i problemi. E pensare che, tra i cosiddetti esperti, qualcuno ha persino insinuato che il ritiro fosse una sorta di uscita di scena strategica, vista la piega presa dal match. Gli esami clinici hanno poi confermato una lesione di primo grado all’adduttore, lo stop è più lungo del previsto. Quel ritiro ha segnato l’inizio di una serie di difficoltà: niente partite sull’erba prima di Wimbledon e un rendimento incostante.
Il primo campanello d’allarme arriva proprio a Londra. L’uscita al primo turno non può essere giustificata solo dalla superficie visto che l’anno scorso sull’erba inglese era arrivato fino in semifinale. Quest’anno, invece, ci arriva senza preparazione, con il fisico ancora in bilico. L’avversario? Nikoloz Basilashvili, qualificato. Sulla carta, un sorteggio favorevole. In realtà, un altro corto circuito. Lorenzo perde in quattro set, senza mai trovare ritmo. I suoi appoggi sono incerti, il corpo non lo segue. La sensazione generale è quella di un giocatore in affanno, in cerca di riferimenti, privo della brillantezza mostrata sulla terra fino a poche settimane prima.
Ora Washington. Altro primo turno, altra eliminazione. A batterlo, questa volta, è stato Cameron Norrie: un giocatore solido e ostico, ma comunque alla portata di un Musetti al meglio. Ed è proprio questo il punto: Lorenzo è ancora lontano dal suo tennis migliore. È apparso contratto, affaticato, poco esplosivo negli spostamenti. Un limite preoccupante su una superficie come il cemento, dove reattività e precisione nei movimenti laterali fanno la differenza.
A Washington, in panchina con lui, c’era Corrado Barazzutti. Non è una novità visto che il vincitore della Davis 1976 affianca Musetti in alcune settimane l’anno, alternandosi con Simone Tartarini, il coach di sempre. Il rapporto con Tartarini, che lo segue da quando aveva nove anni, è profondo e probabilmente insostituibile. Ma Barazzutti non è un semplice sostituto, porta esperienza, autorevolezza e quella calma olimpica che può fare bene nei momenti turbolenti.
Detto ciò, il punto non è chi c’è in panchina, ma chi c’è in campo. In questa fase di stallo, Musetti ha bisogno soprattutto di tempo e continuità, non di rivoluzioni tecniche. È ancora in piena transizione. Non solo di superficie, ma di condizione. Il fisico sembra non aver ancora smaltito le fatiche di una primavera intensa in cui, è bene ricordarlo, ha raggiunto semifinali e finali nei tornei sulla terra che contano.
Il bilancio stagionale, finora, parla chiaro: 25 vittorie e 9 sconfitte. Ma il cemento resta il terreno meno fertile: solo 6 vittorie a fronte di 4 ko.
Lungi da noi voler parlare male di Lorenzo Musetti, giocatore completo, elegante, tra i più belli da vedere nel circuito. E del resto, è passato poco più di un mese da quella splendida semifinale al Roland Garros. Ma proprio perché vogliamo vederlo ancora più in alto nel ranking, non possiamo ignorare i segnali d’allarme che stanno emergendo. Con la speranza, ovviamente, che restino semplici segnali e non l’inizio di un trend.
Ora c’è un’occasione giusta che arriva al momento giusto. Al Canadian Open, Master 1000 di primissimo livello, Musetti parteciperà da testa di serie numero 3, grazie a una serie di forfait tra i big. Mancheranno Sinner, Alcaraz, Draper e Djokovic. L’anno scorso Musetti si era ritirato alla vigilia del torneo, lasciando il posto in tabellone a Nuno Borges, quindi avrà solo punti da guadagnare. È una di quelle situazioni che, se ben sfruttate, possono rappresentare un punto di svolta.
Ma servirà qualcosa di più del solo talento. Serve una risposta fisica, un segnale mentale, un cambio di passo. Una cosa è certa: se Musetti ritroverà sé stesso, potrà ancora sorprendere. Non è la prima volta che inciampa, e non sarà l’ultima. Ma ciò che conta, adesso, è quando e come sceglierà di rialzarsi.