Dal fenomeno Jannik Sinner a un focus sul tennis moderno sempre più improntato su fisico e potenza a discapito della tecnica: Adriano Panatta ha rilasciato intervista a “TV Sorrisi e Canzoni” in cui ha fatto, come di consueto, considerazioni molto interessanti e raccontato un simpatico aneddoto risalente a quando giocava. Vi riportiamo di seguito un estratto delle sue parole.
Panatta: «Nessuno regge il ritmo di Sinner, è cinque anni avanti agli altri»
«Perché la vittoria di Jannik Sinner a Wimbledon è così importante? Wimbledon è il tempio del tennis: il gioco è nato lì e lì si conservano tradizioni altrove perdute. Non c’è un torneo che si possa paragonare a Wimbledon», esordisce l’ex giocatore romano, oggi analista e commentatore televisivo.
Questa la sua lettura sulla finale a Londra tra l’azzurro e Alcaraz: «Io li davo alla pari, ma Sinner ha giocato meglio. A parte tre o quattro numeri di prestigio dei suoi, lo spagnolo non ha retto. Nel primo set Jannik gli ha preso le misure, e poi lo ha asfaltato».
E su ciò che rende unico il classe 2001 altoatesino, Panatta non ha dubbi: «La testa. È un perfezionista: dopo aver vinto Wimbledon il suo primo commento è stato: “Posso ancora migliorare”. Vi rendete conto? […] in partita ha una concentrazione mostruosa: può avere passaggi a vuoto, come tutti, ma sono sempre molto brevi».
L’eroe del trionfo azzurro in Davis nel ’76 è convinto che, al momento, Jannik non abbia rivali in alcune circostanze. «Il gioco di Sinner è basico, elementare. Non ha tante variazioni: tira fortissimo da fondo campo sia di dritto che di rovescio. Ma nessuno regge il suo ritmo. È il rappresentante ideale dello sport moderno basato su velocità e forza fisica. Anzi, come ha detto Mats Wilander, è cinque anni avanti sugli altri. E poi si muove splendidamente: arriva sempre sulla palla nella posizione ideale per colpire in equilibrio. In questo sono convinto che fare sci lo abbia molto aiutato».
In quanto al cosiddetto “Effetto Sinner” che sta portando grande popolarità al tennis in Italia, Panatta conferma la buone sensazioni degli ultimi tempi: «Lo vedo anche nel mio circolo di Treviso: ci sono molti più bambini che si iscrivono ai corsi. E gente che non giocava da anni è andata a ripescare quella racchetta giù in cantina».
E poi aggiunge: «In passato la nazione numero uno per il tennis era l’Inghilterra. Poi sono arrivate la Francia, l’Australia, l’America, la Svezia e la Spagna. Adesso tocca a noi. Non c’è solo Sinner: Musetti, Cobolli, Berrettini sono giocatori fortissimi. Un po’ è fortuna, un po’ l’effetto emulazione: “Se lui è arrivato fin lì, posso farcela anch’io”».
Un salto nel passato. «Ero più il tipo Sinner o Alcaraz? E me lo chiede pure? Io prendevo il gelato con gli spettatori. Ma erano altri tempi. Eravamo molto meno esposti. I giornalisti avevano il mio numero di telefono, mica esisteva il “media manager”. Una volta Gianni Minà venne pure a intervistarmi durante un cambio campo, nel bel mezzo di una finale… vabbè proprio perché era lui, magari a un altro avrei dato una racchettata in testa. E quando partivamo per l’America i biglietti ce li compravamo noi, e per sapere cosa succedeva in Italia dovevamo telefonare ai parenti!».
Dal passato agli argomenti di attualità. Panatta si è soffermato anche su tema molto chiacchierato tra appassionati ed addetti ai lavori: la lunghezza delle partite a livello slam, ritenuta da tanti eccessiva. «Accorciare le partite? Per carità. Lo hanno già fatto con la Davis e l’hanno rovinata. Il vero tennis è quello lì: i cinque set. Anche perché il gioco ha un sistema di punteggio diabolico. Nel calcio, se stai 4-0, è finita. Nel tennis puoi anche stare in vantaggio di due set e 5 a 0, ma se l’altro comincia a giocare meglio di te, o ha più fiato, puoi pure perdere. E questo è emozionante».
«Più la palla corre veloce, meno hai tempo per pensare e più il talento puro soffre»
Panatta ritiene che siano stati due fattori in particolare a cambiare il tennis negli ultimi decenni. «Il primo è comune a tutti gli sport: è aumentata la componente atletica. Oggi qualsiasi squadra di Serie B corre di più della mitica Olanda di Cruijff degli Anni 70. Ma poi ci sono le racchette: quelle moderne in fibra sintetica sono armi improprie, tirano fortissimo», spiega.
Un trend che privilegia sempre di più la potenza a discapito di tecnica e fantasia. «Più la palla corre veloce, meno hai tempo per pensare e più il talento puro soffre. Esistono ancora i “fantasisti” nel calcio? Poi ci sono sempre le eccezioni, come Messi», sottolinea l’ex tennista. E aggiungiamo noi che, forse, potremmo considerare Musetti una di queste splendide eccezioni.
