Il tennis è spesso associato a compostezza, eleganza e autocontrollo. Dietro gli scatti perfetti dei match e i rituali delle premiazioni, però, si nascondono storie oscure, fatte di eccessi, crolli psicologici, droghe, alcol e fragilità umane. In questo viaggio nel lato nascosto del circuito, esploriamo i vizi fuori dal campo dei più noti campioni del tennis mondiale.
Björn Borg: l’idolo glaciale e la caduta silenziosa
Björn Borg è stato per anni il simbolo della freddezza e del controllo mentale, ma la sua vita post-tennistica ha raccontato un’altra storia. Dopo il clamoroso ritiro a soli 26 anni, Borg ha attraversato periodi difficili, tra tentativi imprenditoriali falliti, problemi economici e uno stato depressivo acuto. Nel 1989, secondo alcuni giornali svedesi, avrebbe tentato il suicidio con un’overdose di sonniferi, notizia smentita dal suo entourage, ma mai del tutto chiarita. Anche se non fu mai coinvolto direttamente in scandali di droga o alcolismo, la sua vita riflette il crollo mentale che può colpire chi vive troppo presto ai vertici del mondo sportivo.
Vitas Gerulaitis: l’icona della disco generation
Amico di tutti, campione di doppio, playboy dichiarato, Vitas Gerulaitis fu l’anima ribelle del tennis anni ’70 e ’80. Visse a pieno ritmo l’epoca delle discoteche, delle feste infinite e della cocaina, sostanza largamente diffusa tra i divi dello sport e dello spettacolo dell’epoca, che aveva coraggiosamente dichiarato di assumere. La sua morte nel 1994 fu uno shock: fu trovato privo di vita nella dependance di un amico a causa di una fuga di monossido di carbonio. Nonostante il decesso non sia stato causato da overdose, il suo stile di vita autodistruttivo e caotico ne aveva già compromesso la salute. Gerulaitis resta un’icona tragica del talento dissipato nel piacere.
Jimmy Connors: casinò, scommesse e un’autobiografia esplosiva
Jimmy Connors è una delle leggende assolute del tennis, ma anche una figura controversa. Nella sua autobiografia The Outsider, Connors ammette la dipendenza dal gioco d’azzardo e racconta le notti trascorse nei casinò di Las Vegas, spesso poco prima dei match. Descrive un’ossessione compulsiva per la vittoria anche nelle slot machine e nelle scommesse. Ha inoltre raccontato pubblicamente episodi di violenza verbale nella sua relazione con Chris Evert e non ha mai nascosto il suo spirito rissoso anche fuori dal campo. Connors ha incarnato la figura del ribelle instabile, con una fama da cattivo ragazzo che non ha mai voluto scrollarsi di dosso.
Andre Agassi: metanfetamina e il peso della menzogna
Nel 2009, Andre Agassi pubblicò la sua autobiografia Open, in cui svelava uno dei segreti più scioccanti nella storia del tennis moderno. Confessò di aver fatto uso di metanfetamina nel 1997, in un periodo di crisi personale e professionale. Quando l’ATP gli notificò un test antidoping positivo, Agassi scrisse una lettera in cui mentì, sostenendo che era stato accidentalmente drogato da un amico. L’ATP lo credette e lo assolse. Solo anni dopo, l’americano si è assunto la responsabilità, raccontando una storia fatta di dipendenze, solitudine e disprezzo per se stesso. Il libro ebbe un impatto fortissimo, perché ruppe il silenzio su un tabù ancora fortemente presente nel tennis.
Nick Kyrgios: alcol, droghe e autolesionismo
Nick Kyrgios, uno dei talenti più imprevedibili del tennis contemporaneo, ha parlato apertamente dei suoi demoni interiori. In un post del 2022 ha raccontato di aver abusato di alcol e droghe, di essersi inflitto tagli sul corpo e di aver vissuto momenti di profonda depressione. “Avevo pensieri suicidi”, ha scritto, allegando una foto di sé con ferite alle braccia. Il tennis non bastava a salvarlo e ha più volte dichiarato che la fama è stata un peso più che un traguardo. Oggi, Kyrgios si impegna per la sensibilizzazione sulla salute mentale, ma resta uno degli esempi più concreti di quanto il successo possa non bastare a riempire il vuoto interiore.
Richard Gasquet: il bacio con la cocaina
Nel 2009 Richard Gasquet fu trovato positivo alla cocaina durante il torneo di Miami. La sua difesa fu tanto curiosa quanto efficace: sostenne di averla assunta involontariamente, baciando una donna in una discoteca che ne aveva fatto uso. Una commissione indipendente credette alla versione, riducendo la sospensione a due mesi. Sebbene ne sia uscito relativamente indenne, il caso rimane uno dei più discussi esempi di come la vita notturna possa compromettere la carriera di un professionista del tennis.
Mats Wilander: la scivolata sorprendente di un campione impeccabile
Mats Wilander, svedese, vincitore di sette titoli del grande slam e simbolo di sobrietà tattica e compostezza, fu coinvolto in un caso di doping per cocaina nel 1995, quando era già a fine carriera. Insieme al compagno Karel Nováček, risultò positivo durante un torneo di doppio a Roland Garros. La vicenda suscitò scalpore perché Wilander era considerato uno degli atleti più puliti del circuito. L’ATP gli inflisse una sospensione retroattiva di tre mesi e gli chiese la restituzione del premio in denaro. Wilander, pur dichiarandosi sorpreso dall’esito del test, accettò la sanzione senza ricorrere, mantenendo però per anni un basso profilo sull’accaduto. L’episodio resta uno dei più inattesi per un giocatore della sua reputazione
Umanità fragile dietro la racchetta
Il tennis, sport individuale per eccellenza, spesso esaspera le emozioni e le pressioni. Per ogni vittoria esaltante, c’è un lato nascosto fatto di dipendenze, crolli nervosi e insicurezze profonde. Da Borg a Kyrgios, da Gerulaitis ad Agassi, le storie che abbiamo raccolto mostrano come il talento non sia mai garanzia di serenità.
In molti casi, sono proprio le fragilità fuori dal campo a rendere questi atleti più vicini a noi, più umani, ma anche più vulnerabili. Il circuito ha fatto progressi nell’assistenza psicologica e nei controlli, ma la strada per proteggere davvero gli atleti (non solo dai test antidoping, ma anche da se stessi) è ancora lunga.