Nel tennis, il termine “perdente” suona crudele, ma il suo significato cambia completamente quando si parla di grandi campioni. Perdere tante finali non è mai il segno di una carriera mediocre: al contrario, è una dimostrazione di longevità, talento e costanza. Per arrivare a perdere spesso in una finale bisogna, prima di tutto, saperci arrivare. Significa essere tra i due migliori di un torneo, superare avversari di livello, gestire la pressione di giorni intensi, affrontare stili di gioco diversi e spesso dover battere i migliori del mondo in semifinale.
Eppure, per quanto l’atto conclusivo sia una ricompensa per la costanza, la storia del tennis è costellata di giocatori che, pur essendo abituati al grande palcoscenico, hanno collezionato un numero sorprendente di sconfitte decisive. Dal prestigio degli slam alla dimensione più raccolta degli ATP250, le statistiche raccontano di carriere luminose e piene di vittorie mancate.
Gli slam e il dominio di Djokovic… anche nelle sconfitte
Quando si guardano le statistiche dei tornei del grande slam, la vetta della classifica delle finali perse appartiene a Novak Djokovic, con tredici sconfitte nell’atto conclusivo. Un numero che, a prima vista, potrebbe sembrare il segno di una fragilità nei momenti chiave, ma che in realtà va letto in modo opposto: Djokovic ha raggiunto la finale di uno slam ben oltre le trenta volte, vincendone ventiquattro. Molte di queste sconfitte sono arrivate in contesti leggendari. Basti pensare alla finale di Roland Garros 2020, in cui Rafael Nadal lo travolse in tre set secchi, infliggendogli una delle peggiori sconfitte della carriera. Oppure all’Australian Open 2012, dove invece fu lui a vincere, ma dopo una maratona di quasi sei ore: la dimostrazione che in una finale slam tutto può succedere. Dietro di lui, Ivan Lendl e Roger Federer condividono il secondo posto con undici finali perse ciascuno. Lendl, in particolare, è stato per anni il simbolo della costanza, capace di disputare otto finali consecutive a New York tra il 1982 e il 1989, vincendone solo tre. Federer, invece, ha vissuto molte delle sue sconfitte più brucianti proprio contro Nadal e Djokovic, in rivalità che hanno segnato un’epoca.
Masters1000: il caso Kafelnikov e gli eterni piazzati
I tornei masters1000 rappresentano il cuore della stagione tennistica, subito dietro agli slam in termini di prestigio e punti in classifica. Vincerne uno è un traguardo che spesso consacra un giocatore, ma per alcuni questo traguardo è rimasto irraggiungibile. Yevgeny Kafelnikov è il caso più emblematico: cinque finali disputate in questa categoria e nessuna vittoria. La sua carriera, segnata da due titoli slam e una medaglia d’oro olimpica, resta comunque straordinaria, ma i masters1000 sono stati il capitolo mancante della sua storia. Lo stesso destino è toccato a Kei Nishikori e Mardy Fish, fermi rispettivamente a quattro finali perse. Nishikori, in particolare, ha spesso trovato sulla sua strada Novak Djokovic e Rafael Nadal, giocatori quasi imbattibili nei grandi appuntamenti, soprattutto nei primi anni 2010.
ATP500: Connors e il primato che non voleva
Scendendo di un gradino nella gerarchia dei tornei, gli ATP500 mantengono comunque un alto livello di competitività. Jimmy Connors, uno dei tennisti più vincenti di sempre con oltre cento titoli, detiene anche il record meno invidiabile: diciotto finali perse in questa categoria. Connors giocava un tennis aggressivo e senza compromessi, che lo portava a vincere molto ma anche a rischiare molto. Dietro di lui troviamo Ivan Lendl con tredici sconfitte e John McEnroe con dodici. Per giocatori di questo calibro, il numero elevato di sconfitte in finale è quasi fisiologico: disputare decine di stagioni ad alto livello significa moltiplicare le occasioni di arrivare fino in fondo e quindi anche di perdere.
ATP250: il paradosso Benneteau
Nella categoria ATP250, che rappresenta la base del circuito maggiore, la statistica più incredibile è quella di Julien Benneteau. Il francese ha disputato dieci finali nel corso della sua carriera (nove a livello ATP250), perdendole tutte. Una serie che è diventata quasi un tormentone tra gli appassionati, ma che nasconde la realtà di un giocatore capace di battere in carriera campioni come Federer e Djokovic. Molte delle sue sconfitte sono state combattutissime, come quella a Kuala Lumpur 2013, persa contro Jo-Wilfried Tsonga in due tie-break. Benneteau è diventato, suo malgrado, il simbolo dello sconfitto nei tornei minori, ma la sua abilità in doppio, dove ha vinto anche uno slam, dimostra che il talento non si misura solo nei titoli di singolare.
La prospettiva globale: finali vinte e perse
Se allarghiamo lo sguardo all’intero panorama ATP, le cifre diventano ancora più impressionanti. Roger Federer ha giocato 157 finali in carriera, vincendone 103, ma perdendone 54. Novak Djokovic ha raggiunto quota 143 finali, con cento vittorie e 43 sconfitte. Rafael Nadal, con 131 finali giocate e 92 titoli, ha accumulato 39 sconfitte. Negli anni ’80, Ivan Lendl è stato il re indiscusso della costanza: novantaquattro titoli, ma ben cinquantasette finali perse. Numeri che oggi sembrano quasi impossibili, vista la maggiore specializzazione e la programmazione mirata dei top player.
L’arte di perdere bene
Definire perdenti questi giocatori è una provocazione. Chi perde tante finali ha inevitabilmente vinto anche molto. Djokovic, Connors, Kafelnikov, Benneteau e tutti gli altri hanno dimostrato di saper rimanere al vertice per anni, affrontando generazioni diverse e adattando il proprio gioco a superfici e condizioni sempre nuove. Una finale persa non cancella il percorso che porta fino a lì: settimane di allenamenti, vittorie spesso contro avversari meglio classificati, battaglie vinte al quinto set o in tiebreak interminabili. In molti casi, perdere una finale è semplicemente il risultato di essersi trovati di fronte, nel giorno decisivo, un avversario in stato di grazia.
La gloria dietro l’argento
Essere ricordati per le finali perse può sembrare una condanna, ma nel tennis rappresenta anche un onore. Significa aver fatto parte dell’élite, aver giocato partite che hanno riempito stadi e incollato milioni di spettatori davanti allo schermo. Soprattutto, significa essere stati sempre lì, a un passo dal trofeo, abbastanza grandi da sognare la gloria eterna.