Sport e politica, si sa, non vivono mai in compartimenti stagni. Nel tennis, disciplina spesso percepita come elegante e distante dalle tensioni del mondo, non sono mancati atleti che hanno deciso di andare oltre le righe del campo per farsi voce di battaglie civili, sociali e perfino istituzionali. Alcuni lo hanno fatto con dichiarazioni sottili, altri con gesti dirompenti che hanno segnato la storia. Ripercorriamo le figure più significative che hanno legato il proprio nome non solo ai trofei, ma anche a scelte coraggiose.
Arthur Ashe e i pionieri del coraggio
Arthur Ashe rappresenta il simbolo di come un campione possa trasformarsi in attivista. Cresciuto nella segregata Virginia, primo afroamericano a vincere Wimbledon e lo US Open, Ashe non smise mai di usare il proprio successo come cassa di risonanza per cause più grandi di lui. Fu tra i promotori di campagne contro l’apartheid in Sudafrica e nel 1985 arrivò persino a farsi arrestare durante una manifestazione davanti all’ambasciata sudafricana a Washington. Una vita spesa tra racchetta e impegno civile, anche quando, negli anni ’90, scelse di raccontare pubblicamente la sua lotta contro l’AIDS.
Al suo fianco, in quegli anni, emersero altre figure cruciali. Billie Jean King divenne la paladina della parità di genere nello sport, trascinando alla creazione della WTA e ottenendo la parità dei premi negli slam. Martina Navratilova, emigrata dalla Cecoslovacchia, non esitò a denunciare le oppressioni dei regimi dell’Est e a battersi per i diritti della comunità LGBT. Una generazione che, più di altre, ha tracciato un solco tra tennis e società.
L’era dei social e delle nuove lotte
Oggi, con i riflettori sempre accesi e i social network come megafono globale, esporsi è diventato più immediato, ma anche più rischioso. Naomi Osaka è l’esempio perfetto: nel 2020 si è ritirata da tornei per denunciare la violenza razziale negli Stati Uniti, presentandosi in campo con mascherine che riportavano i nomi delle vittime di brutalità poliziesca. Un gesto forte che ha spaccato l’opinione pubblica, ma che ha aperto una nuova strada.
Serena Williams, da sempre icona di potenza sportiva e simbolo culturale, ha sfruttato il proprio status per parlare di razzismo, parità e diritti delle donne, diventando modello e portavoce ben oltre il tennis. Frances Tiafoe, nonostante non abbia lo stesso impatto mediatico delle colleghe, ha invece scelto la via della protesta collettiva, coinvolgendo colleghi in campagne contro il razzismo.
Quando la politica si intreccia con i conflitti, invece, il campo diventa palcoscenico. L’ucraina Marta Kostyuk ha rifiutato di stringere la mano a rivali russe e bielorusse come segno di protesta contro l’invasione del suo Paese. Daria Kasatkina, dal canto suo, ha avuto il coraggio di schierarsi pubblicamente contro la guerra, una presa di posizione che le è costata critiche in patria, ma che l’ha resa simbolo di dissenso.
Quando il tennis diventa politica vera e propria
Non tutti si sono fermati a dichiarazioni o gesti simbolici. Alcuni hanno scelto di entrare direttamente in politica. L’ex serbo Janko Tipsarević, per esempio, ha abbracciato il Partito Progressista Serbo e si è candidato alle elezioni locali, mettendo la propria popolarità al servizio dell’impegno partitico. Andre Agassi, pur senza cariche ufficiali, ha sostenuto economicamente candidati e cause politiche negli Stati Uniti, mostrando come il legame tra tennis e istituzioni possa assumere diverse forme.
Italia: tra silenzi e lampi di ribellione
Il tennis italiano, da sempre, ha mostrato una certa riluttanza a mischiare sport e politica. La regola è stata quella del basso profilo, ma non sono mancate eccezioni clamorose. La più celebre porta il nome di Adriano Panatta. Negli anni ’70, in piena dittatura cilena, fu uno dei pochi a criticare apertamente la scelta dell’Italia di giocare la Coppa Davis a Santiago sotto Pinochet. Un gesto che, ancora oggi, resta uno dei più forti nella memoria sportiva del nostro Paese.
Oggi, campioni come Matteo Berrettini e Jannik Sinner incarnano un approccio molto più sobrio: concentrati sul gioco, preferiscono non prendere posizione su temi spinosi. Berrettini, tuttavia, non ha esitato a parlare di inclusione e rispetto delle diversità, segnalando una sensibilità che, pur lontana dalla militanza politica, indica una volontà di lasciare un segno anche fuori dal campo. In sintesi, l’Italia del tennis continua a preferire la diplomazia, ma episodi come quello di Panatta ricordano che anche qui la racchetta può trasformarsi in strumento di protesta.
Il prezzo delle scelte
Esporsi non è mai senza conseguenze. Arthur Ashe pagò la sua indipendenza con tensioni all’interno della federazione americana, che ne condizionarono la carriera da capitano di Coppa Davis. Oggi, chi prende posizione rischia contraccolpi mediatici, pressioni da sponsor o addirittura ripercussioni politiche. Eppure, la visibilità di questi atleti amplifica i messaggi e può contribuire a cambiare la percezione collettiva su temi centrali.
La storia dimostra che il tennis non è mai stato del tutto immune dalla politica. Da Ashe a Osaka, da Panatta a Williams, ogni generazione ha espresso voci capaci di sfidare regimi, pregiudizi e ingiustizie.
Se il campo da tennis rimane il luogo dove si decidono partite e trofei, al tempo stesso può diventare arena di battaglie simboliche. Una racchetta può non fermare una guerra o cambiare una legge, ma può accendere un riflettore e a volte, questo basta a fare la differenza.