Il tennis è uno sport individuale, logorante, senza veri momenti di pausa. Non esistono compagni di squadra che possano assorbire la pressione, né stagioni brevi che lasciano spazio al recupero. Il circuito professionistico si gioca undici mesi all’anno, con continui spostamenti tra continenti, superfici, fusi orari. Eppure, se l’aspetto fisico è sotto gli occhi di tutti, ciò che resta invisibile è il prezzo pagato dalla mente.
Negli ultimi anni, sempre più campioni e campionesse hanno avuto il coraggio di fermarsi. Non perché incapaci di reggere il ritmo degli allenamenti, ma perché schiacciati dal peso della competizione, dall’ansia, dall’assenza di gioia. Dire basta è un atto di forza che apre una riflessione necessaria: la salute mentale è parte integrante della carriera di un atleta.
Naomi Osaka: la voce che ha rotto il silenzio
Forse il caso più simbolico è quello di Naomi Osaka. Nel 2021, durante il Roland Garros, la campionessa giapponese ha sorpreso tutti annunciando che non avrebbe partecipato alle conferenze stampa obbligatorie, dichiarando che le domande dei media minavano il suo equilibrio psicologico. Poco dopo, davanti al polverone mediatico, ha scelto di ritirarsi dal torneo.
Osaka ha poi spiegato di lottare da anni con episodi di ansia e depressione. Le luci della ribalta, gli sponsor, le aspettative di un’intera nazione, l’avevano portata a sentirsi schiacciata. Il suo gesto ha aperto una discussione mai così centrale nello sport: se un’atleta che ha vinto slam e che incarna il futuro del tennis femminile può cadere sotto il peso dell’ansia, chiunque può trovarsi nello stesso vortice.
Il merito di Osaka non è stato solo quello di fermarsi, ma di parlarne apertamente. Ha dato un linguaggio a chi non osava confessare le proprie fragilità. Da allora, il circuito ha iniziato a guardare alla salute mentale con occhi diversi, con meno stigmatizzazione e più rispetto.
Dominic Thiem: la fatica di ritrovarsi
Dominic Thiem, campione dello US Open 2020, è un altro volto simbolo di questa battaglia silenziosa. Dopo il trionfo newyorkese, l’austriaco è precipitato in una crisi che non aveva nulla a che vedere con il fisico. Ha ammesso di aver perso motivazione, di non provare più la stessa fame, la stessa energia.
Un campione che ha lavorato per anni per arrivare al vertice si è trovato improvvisamente smarrito, quasi intrappolato in un paradosso: più vicino al sogno, più lontano da se stesso.
A complicare tutto è arrivato un infortunio al polso, ma la sua vera battaglia era mentale. Tornare a competere significava anche ricostruire una motivazione profonda, ritrovare la gioia che sembrava essersi spenta. Thiem ha parlato di sedute di psicoterapia, di lavoro interiore, di una nuova prospettiva che non fosse solo legata al ranking o ai trofei.
Amanda Anisimova: crescere troppo in fretta
Anche Amanda Anisimova, semifinalista al Roland Garros a soli 17 anni, ha scelto di fermarsi. Nel 2023 ha annunciato una pausa per curare la propria salute mentale, parlando apertamente di burnout.
La giovane americana aveva già vissuto un dolore enorme: la perdita del padre, che era anche il suo allenatore. Negli anni successivi, la pressione di confermare le aspettative, viaggiare senza sosta e convivere con quel lutto irrisolto sono diventati un macigno insostenibile.
Il suo stop ha mostrato quanto sia fragile l’equilibrio delle nuove generazioni di tenniste, spesso lanciate giovanissime in un mondo che chiede subito risultati.
Sara Sorribes Tormo: la sincerità disarmante
Nel 2025 anche Sara Sorribes Tormo ha deciso di prendersi una pausa a tempo indeterminato. La spagnola, nota per il suo spirito combattivo e per la grinta in campo, ha ammesso che non provava più piacere nel giocare.
Il suo annuncio ha avuto un effetto potente perché ha mostrato che non serve essere in cima al ranking per cadere nella trappola del logorio psicologico. Non conta solo vincere slam: anche una carriera di medio-alto livello può portare con sé un peso emotivo enorme.
Alexander Zverev: la confessione a cuore aperto
Durante Wimbledon 2025, Alexander Zverev ha sorpreso tutti dichiarando di vivere un momento di depressione. Parole dure, soprattutto se pronunciate da un tennista che ha vinto medaglie olimpiche, masters1000 e che per anni è stato considerato uno dei dominatori della nuova generazione.
Il suo gesto ha avuto un impatto enorme, rompendo un ulteriore strato di silenzio attorno agli uomini del circuito, che spesso sentono ancora più il dovere di mostrarsi forti.
Perché si arriva a dire basta
Le ragioni che portano un atleta a fermarsi sono molteplici. Il tennis è uno sport individuale e itinerante: ogni settimana un aeroporto diverso, ogni giorno lontani da casa. Si accumulano pressioni esterne (sponsor, media, tifosi) e interne, con l’autocritica feroce tipica di chi vive di perfezionismo.
Il burnout è il filo rosso che lega molte storie: stanchezza profonda, perdita di significato, vuoto motivazionale. Quando il gioco non dà più gioia, tutto diventa un dovere. In quel momento anche un campo da tennis, che dovrebbe essere luogo di passione, si trasforma in gabbia.
Fermarsi per rinascere
Chi sceglie di prendersi una pausa compie un gesto di coraggio. Non è un addio, ma un atto di sopravvivenza. Fermarsi significa dare valore alla propria salute mentale tanto quanto a un muscolo lesionato o a un tendine infiammato.
Molti atleti lavorano con psicologi dello sport, cambiano routine, imparano a gestire diversamente i rapporti con i media e con il pubblico. Non sempre il ritorno coincide con i successi immediati, ma spesso porta una nuova consapevolezza: il tennis è parte della vita, non la vita intera.
Un messaggio per tutto lo sport
Il tennis è stato costretto a guardarsi allo specchio. I casi di Osaka, Thiem, Anisimova, Sorribes e Zverev hanno insegnato che non basta celebrare il corpo e il talento, bisogna proteggere anche la mente.
I tornei hanno iniziato a mettere a disposizione psicologi, spazi di decompressione, regole più elastiche per la gestione degli impegni mediatici. È solo l’inizio, ma è un segnale importante.
La vera vittoria
Quando la testa dice basta non è una resa, ma un atto di verità. È riconoscere che la salute mentale è parte integrante del percorso di un atleta e che senza equilibrio interiore nessuna vittoria ha senso.
Tutti, con le loro storie, hanno scritto un capitolo nuovo del tennis: quello in cui prendersi cura di sé non è più visto come una debolezza, ma come la più grande delle vittorie.