6 Ottobre 2025

Stefano Maffei

Cos’è il sindacato dei tennisti? L’evoluzione verso le PTPA e un futuro incerto

Il tennis è uno sport individuale, ma la dimensione professionistica in cui si muovono i giocatori è fortemente collettiva. Tornei, classifiche, regolamenti, sponsor, diritti televisivi, tutto dipende da organismi centrali che decidono le regole del gioco. In questo scenario, da decenni riaffiora ciclicamente una domanda: chi rappresenta realmente gli interessi dei tennisti? È da qui che nasce l’idea di un sindacato, cioè di un’associazione che difenda i diritti dei giocatori davanti a federazioni e organizzatori di tornei. Negli ultimi anni questo tema è tornato alla ribalta con la fondazione della Professional Tennis Players Association (PTPA), guidata da Novak Djokovic e Vasek Pospisil. Le radici della questione, però, affondano molto più indietro nel tempo e il percorso che ha portato a parlare oggi di un vero e proprio sindacato dei tennisti è stato lungo e tortuoso.

Le prime forme di organizzazione dei giocatori

Il tennis, fino agli anni Sessanta, era diviso tra dilettantismo e professionismo. I tornei più prestigiosi erano riservati ai dilettanti, mentre i professionisti giravano il mondo in esibizioni spesso malpagate. Con l’avvento dell’era Open nel 1968, che aprì i grandi tornei a tutti, il tema dei diritti dei giocatori diventò centrale. Già nel 1972 nacque l’Association of Tennis Professionals (ATP), con l’obiettivo di dare ai tennisti una voce comune. All’epoca fu Dennis Ralston a proporre l’idea, ma furono Cliff Drysdale e Jack Kramer a portarla avanti, trovando consenso tra molti campioni, tra cui Arthur Ashe e Stan Smith.

L’ATP nacque con una spinta sindacale: difendere i giocatori da calendari opprimenti, premi troppo bassi e poca trasparenza. Nel 1973 si arrivò addirittura a un boicottaggio di Wimbledon, quando oltre ottanta giocatori decisero di non partecipare in segno di protesta contro la squalifica di un collega jugoslavo, Nikola Pilić, escluso per questioni federative. Quell’episodio fu una dimostrazione di forza dei giocatori uniti, ma col tempo l’ATP cambiò natura, trasformandosi in un vero ente organizzatore del circuito maschile, con un ruolo ibrido: da un lato rappresentante degli atleti, dall’altro gestore dei tornei. Questa doppia veste è ancora oggi oggetto di critiche e discussioni.

La nascita della WTA e le battaglie per l’uguaglianza

Anche il tennis femminile ha conosciuto un forte impulso sindacale. Nel 1973, lo stesso anno del boicottaggio di Wimbledon maschile, Billie Jean King guidò un gruppo di nove giocatrici che decisero di sfidare l’establishment creando un proprio circuito. Nacque così la Women’s Tennis Association (WTA). Le motivazioni erano simili: scarsa rappresentanza, premi molto più bassi rispetto agli uomini, mancanza di autonomia. La WTA riuscì, nel tempo, a imporsi come interlocutore fondamentale, fino ad arrivare alle grandi battaglie per l’uguaglianza dei premi nei tornei dello slam, vinte definitivamente solo negli anni Duemila. Anche in questo caso si trattava di un’azione che aveva molto in comune con l’idea di un sindacato: un gruppo di professioniste che si organizza per migliorare le proprie condizioni di lavoro.

L’evoluzione verso la PTPA

Con il passare dei decenni, ATP e WTA sono diventate strutture stabili e potenti. Tuttavia, molti giocatori hanno iniziato a percepire una contraddizione: gli organismi che avrebbero dovuto rappresentarli erano anche responsabili dell’organizzazione dei tornei e quindi avevano interessi non sempre coincidenti con i loro. Da qui nasce, nel 2019 e ufficialmente nel 2020, la PTPA, un’associazione creata da Djokovic e Pospisil con l’intento di tornare alle origini di quella spinta sindacale che negli anni Settanta aveva portato alla nascita delle attuali istituzioni.

La PTPA si presenta come indipendente da ATP e WTA e dichiara di voler difendere esclusivamente i diritti dei giocatori e delle giocatrici. Tra i suoi obiettivi vi sono la trasparenza sui premi, la tutela della salute in un calendario considerato estenuante, il miglioramento delle condizioni per i tennisti non di vertice, spesso costretti a spese insostenibili per allenatori, fisioterapisti e viaggi. Non si tratta quindi di sostituire i circuiti esistenti, ma di avere una voce separata, autonoma, che rappresenti chi scende in campo.

Le motivazioni dietro la spinta sindacale

La nascita della PTPA non è avvenuta nel vuoto. Già negli anni precedenti diversi giocatori, tra cui Andy Murray e altri top10, avevano espresso preoccupazione per le condizioni economiche di chi si trovava fuori dai primi cento del mondo. A differenza degli sport di squadra, dove gli atleti hanno contratti garantiti, nel tennis un giocatore paga di tasca propria allenatori e staff e se perde al primo turno guadagna cifre che spesso non coprono le spese di viaggio. Questa situazione rende il tennis una élite sportiva molto ristretta, dove pochi guadagnano enormemente e molti faticano a sopravvivere professionalmente.

A ciò si aggiungono i problemi legati al calendario, con tornei giocati in condizioni climatiche proibitive, viaggi intercontinentali senza pause adeguate e regole antidoping percepite come poco trasparenti. La pandemia di Covid-19, con i suoi effetti devastanti su tornei e giocatori, ha accentuato queste difficoltà e spinto molti a chiedere un organismo che li difendesse.

Critiche e controversie

Non tutti, però, vedono nella PTPA la soluzione. Alcuni la considerano un’iniziativa che rischia di dividere il tennis invece di unirlo. Altri sostengono che il sindacato finisce per rappresentare soprattutto i grandi campioni, capaci di avere voce e visibilità, lasciando ai margini i giocatori di classifica più bassa. Inoltre, dal punto di vista giuridico, resta un nodo centrale: i tennisti non sono dipendenti, ma liberi professionisti e dunque la PTPA non è un sindacato in senso stretto come quelli del mondo del lavoro. Non può quindi, almeno per ora, avvalersi degli stessi strumenti di contrattazione collettiva obbligatoria tipici dei lavoratori subordinati.

Casi recenti e il ruolo pubblico della PTPA

Negli ultimi anni il sindacato dei tennisti ha avuto una visibilità crescente. Celebre è stata la presa di posizione con Jannik Sinner, dopo che il suo caso doping aveva sollevato polemiche. La PTPA ha denunciato la mancanza di trasparenza nei processi disciplinari, accusando le istituzioni di trattamenti differenziati. Nel 2025, poi, l’associazione ha intrapreso un’azione legale negli Stati Uniti contro ATP, WTA, ITF e l’agenzia internazionale di integrità del tennis, accusandoli di pratiche anti-competitive, compensi inadeguati e scarso rispetto del benessere dei giocatori. Si tratta di un passaggio cruciale, che mostra la volontà di non restare un semplice gruppo di pressione, ma di diventare un soggetto capace di incidere anche in sede legale.

Un futuro incerto

Il futuro del sindacato dei tennisti è ancora tutto da scrivere. Molto dipenderà dalla capacità della PTPA di attrarre un numero consistente di giocatori, non solo i campioni di vertice ma anche quelli che vivono ai margini del circuito, per costruire una vera rappresentanza collettiva. Dipenderà anche dalla disponibilità delle istituzioni esistenti a dialogare e, se necessario, a riformare i propri meccanismi interni. L’esperienza storica mostra che i tentativi di organizzare i giocatori non sono mai stati facili, ma quando hanno trovato coesione hanno portato cambiamenti significativi, come nel caso della WTA e della parità dei premi negli slam.

Oggi la sfida è più complessa: il tennis è un business globale, con interessi enormi in gioco, e i tennisti sono al centro di un sistema che spesso non controllano. Il sindacato dei tennisti rappresenta quindi una possibilità di riequilibrio, ma anche un terreno di scontro che potrebbe ridisegnare il futuro di questo sport.