Le immagini di Jannik Sinner piegato dai crampi e costretto al ritiro al Rolex Shanghai Masters hanno fatto il giro del mondo. Una scena che ha riacceso con forza il dibattito su un tema ormai impossibile da ignorare: l’assenza di una vera e propria “extreme heat policy” nel circuito ATP.
Sinner e Alcaraz, finale da sogno sfumata
La semifinale che tutti attendevano – Sinner contro Alcaraz – è saltata ancora prima di nascere. Lo spagnolo si era già ritirato nei giorni precedenti per una distorsione alla caviglia subita in Giappone, mentre l’azzurro è stato costretto ad abbandonare in campo, vittima di crampi in condizioni climatiche proibitive.
Scene che hanno ricordato, per intensità e sofferenza, quelle vissute da Jakub Mensik nella finale junior dell’Australian Open di qualche anno fa – ma con una differenza sostanziale: a Melbourne esiste una regola sul caldo estremo, a Shanghai no.
Djokovic, Rune e gli altri: “Condizioni brutali”
Sinner è stato solo il settimo giocatore a ritirarsi nel corso del torneo cinese, ma i segnali di disagio si sono moltiplicati.
Novak Djokovic ha parlato di condizioni “brutali”, Arthur Fils e Corentin Moutet hanno raccontato di difficoltà respiratorie, Holger Rune ha dichiarato di sentirsi “come se stesse morendo in campo”. Anche i dati meteorologici confermano: temperature elevate e umidità altissima hanno reso il torneo una prova di sopravvivenza più che di tennis.
Il vuoto normativo dell’ATP
A differenza dei tornei dello Slam e del circuito WTA, che dispongono da tempo di una regolamentazione precisa per il caldo estremo, l’ATP non ha ancora adottato una heat policy ufficiale.
Al momento, le decisioni su eventuali sospensioni o rinvii spettano unicamente al supervisor, il rappresentante dell’associazione con il potere di intervenire se le condizioni minacciano la sicurezza di giocatori, arbitri o spettatori.
Un sistema però troppo discrezionale, che lascia ampio margine all’interpretazione e poca tutela effettiva per gli atleti.
L’apertura dell’ATP: “Stiamo valutando una policy”
Dopo le polemiche di Shanghai, l’ATP ha rotto il silenzio. In un’email inviata all’agenzia Reuters, l’associazione ha ricordato che “il team dei Servizi Medici ATP attua diverse misure in caso di caldo estremo per proteggere la salute dei giocatori”, ma ha aggiunto che “l’introduzione di una heat policy ufficiale è attualmente in fase di valutazione, in consultazione con giocatori, tornei ed esperti medici”.
Un’apertura che, pur non avendo ancora contorni concreti, rappresenta il primo vero passo verso un cambiamento atteso da anni.
Gli esempi da seguire: Slam e WTA
Nei tornei del Grande Slam e nel circuito femminile, il rischio legato al caldo è gestito attraverso la Wet-Bulb Global Temperature (WBGT), un indice che combina temperatura, umidità, vento e radiazione solare per valutare in modo oggettivo le condizioni ambientali.
Superata una determinata soglia, gli incontri vengono sospesi o spostati, oppure si chiudono i tetti dei campi coperti. Una misura che non solo tutela la salute dei tennisti, ma riduce anche le polemiche, fornendo criteri chiari e scientifici.
In attesa di una svolta
L’episodio di Shanghai ha messo a nudo una lacuna regolamentare non più sostenibile. Il tennis moderno si gioca in ogni parte del mondo e in ogni stagione, con viaggi continui e condizioni climatiche sempre più estreme.
L’ATP dovrà presto decidere se continuare a delegare tutto al buon senso dei supervisor o finalmente dotarsi di regole certe per proteggere chi, in campo, ci mette il corpo e la carriera.