Nello sport esistono situazioni che superano numeri, dati e proiezioni. Frangenti in cui la classifica passa in secondo piano, così come gli infortuni o la prudenza. Conta la presenza. E la capacità di lasciare un segno.
Negli ultimi due anni di Coppa Davis, Matteo Berrettini ha incarnato esattamente questo: una presenza determinante, capace di influire nei momenti ad alta pressione. Le vittorie dell’Italia nelle ultime due edizioni – quelle che hanno riportato il trofeo dopo cinquant’anni e quelle che hanno confermato la solidità del progetto azzurro – portano molte firme, ma una risulta costante e riconoscibile: quella di Berrettini.
Non è solo una questione di punti realizzati. Nei passaggi chiave, Berrettini c’era. E la sua presenza tendeva a orientare il corso degli eventi.
L’abbraccio del 2023 come promessa
La fotografia che ancora tutti ricordiamo è l’abbraccio a Sinner dopo la finale di Malaga 2023. Berrettini non aveva giocato, il fisico non gliel’aveva permesso, ma era lì a reggere il peso delle emozioni, a sostenere i compagni, a innervare la squadra di un’energia che appartiene solo a chi ha vissuto la solitudine dei grandi campi.
Quell’immagine, l’uomo che avrebbe voluto essere protagonista, ma che sceglie di essere leader in un altro modo, è diventata il preludio di qualcosa. Come se il Berrettini versione Davis fosse una storia che aveva bisogno di una pausa prima di esplodere davvero.
La promessa si sarebbe compiuta nei due anni successivi.
L’edizione 2024: il ritorno, le vittorie, l’impronta
La stagione 2024 era iniziata come tante altre, piena di se: se il fisico tiene, se ritrova ritmo, se torna il servizio, se torna il sorriso. La Coppa Davis, però, è sempre stata per Berrettini un luogo diverso. Un’arena in cui il dolore è una parentesi, non una condanna.
Nelle Finals 2024, a Malaga, (ma anche qualche mese prima a Bologna nel girone di qualificazioni) Berrettini non è più solo un secondo di lusso: è diventato un cardine della squadra. Ha vinto, ha convinto, ha tolto pressione a un gruppo che poteva contare sul genio totale di Jannik Sinner, ma che aveva bisogno di qualcuno che aprisse la strada, che indirizzasse l’inerzia delle sfide.
Il suo punto nella finale contro l’Olanda (netto, pulito, costruito con un tennis che sembrava uscire direttamente dai giorni migliori) è stato molto più di un semplice 1-0. È stato il gol del centravanti che torna dopo mesi di stop e segna al primo pallone toccato. È stata la dimostrazione che nei momenti in cui l’Italia aveva bisogno di un uomo, Matteo era lì con la mano alzata.
La striscia (tuttora aperta) di undici vittorie consecutive in singolare, cominciata prima degli infortuni e ripresa proprio nel 2024, ha mostrato un Berrettini capace di attraversare due versioni di sé stesso: quella esplosiva e quella più saggia, più matura, più attenta, senza perdere la partita più importante: quella con il suo tennis.
Il 2025: quando un punto vale un destino
Se nel 2024 Matteo aveva aggiunto qualità e sicurezza, nel 2025 ha aggiunto leadership. Senza una squadra al completo, senza la certezza di avere un fenomeno a chiudere la sfida, gli opening match di Berrettini sono diventati la spina dorsale dell’intera campagna azzurra.
La finale contro la Spagna è stato il suo manifesto. Lì, davanti a un’arena piena e tutta a favore, con l’Italia campione in carica e fragile come tutte le squadre che devono difendere un titolo, Berrettini ha giocato la partita che tutti ricordano nei dettagli emotivi prima ancora che tecnici.
Ha aperto contro un avversario ostico, uno di quelli che ti costringono a pensare ogni colpo come Pablo Carreno Busta sa essere. Ha servito come serve chi sa di dover indicare la strada. Ha gestito i momenti difficili senza teatralità e senza tremare. Ha dato all’Italia il primo punto, quello che pesa più degli altri perché da lì parte tutto.
Da quel momento, la squadra ha ritrovato ossigeno, fiducia, spazio per respirare. La vittoria di Cobolli (splendida, coraggiosa, sorprendente) è diventata possibile anche perché, un paio d’ore prima, Matteo aveva messo il suo mattone.
L’uomo che cambia l’aria
Il tennis è fatto di punti, statistiche, percentuali di prime e conversioni di break. La Davis no. La Davis è una questione d’aria. Quando un giocatore come Berrettini entra in campo in Davis, l’aria cambia.
È una questione di linguaggio del corpo. Di come cammina tra un punto e l’altro. Di come guarda la panchina, di come richiama il pubblico, di come i compagni gli parlano a fine set.
È un’energia che non esiste nelle altre settimane dell’anno. Forse perché, per uno come lui, la maglia azzurra significa qualcosa che va oltre un torneo: è il luogo in cui si sente parte di un gruppo e non solo in un circuito infinito.
Le sue undici vittorie di fila non sono un record freddo: sono la testimonianza di un giocatore che ha saputo essere sempre all’altezza quando serviva esserlo e che, persino quando non era al massimo fisicamente, ha continuato a essere un riferimento emotivo.
I dettagli tecnici che fanno la differenza
Parlando di dettagli tecnici, ecco cosa non possiamo sottolineare nelle sue partite. Il servizio, innanzitutto: nelle partite secche, in cui la tensione gioca come un terzo avversario, la sua battuta è una forma di protezione collettiva. È un modo per dare tranquillità alla squadra e a se stesso.
Il diritto, poi, in Davis sembra ancora più pesante. Forse perché arriva dopo settimane di dubbi, forse perché è alimentato da qualcosa che non riguarda solo lui. Infine, la capacità di prendersi la rete, gesto tecnico e gesto: in Davis Matteo va a prendersi il punto, non lo aspetta.
Questi tre elementi, messi insieme, costruiscono un profilo ideale per la competizione: un giocatore da partite che cambiano la storia, non da gestione.
Le due insalatiere: il suo segno, la sua eredità
Dire che le ultime due insalatiere sono anche e soprattutto le sue non è sovrastimare un singolo. È riconoscere l’essenza della Davis: un torneo in cui il valore di un giocatore non si misura solo nel numero di punti, ma nel peso specifico dei momenti in cui quei punti arrivano.
Il tennis italiano vive un’epoca d’oro, forse irripetibile, ma in questa epoca c’è un protagonista che ha inciso nel modo più silenzioso e al tempo stesso più profondo: Matteo.
Ha vissuto infortuni, dubbi, ripartenze, ritorni. Ha perso partite che avrebbe potuto vincere e vinto altre che nessuno gli avrebbe chiesto di giocare. Ha messo il corpo e la mente al servizio di una maglia e nei momenti che definiscono la storia di un’intera Nazione, c’era sempre lui ad aprire la strada.
Per questo, guardando le due insalatiere sollevate dall’Italia negli ultimi due anni, si può dire senza esitazione: hanno molte firme, ma una è scritta in grassetto. Quella di Matteo Berrettini, l’uomo Davis.