Ci sono figure che, quando le saluti, non spariscono. Rimangono, come un rovescio ben colpito che continua a girare anche dopo essere atterrato. Dire addio a Nicola Pietrangeli significa proprio questo: rendersi conto che il suo nome apparterrà a un tempo che non finisce. È una parola che suona cerimoniale, quasi liturgica. Perché Pietrangeli non è stato soltanto il primo grande tennista italiano, ma il primo a far capire all’Italia che nel tennis si poteva vincere davvero.
Mentre il tennis contemporaneo vive un presente febbrile, con una generazione di campioni azzurri finalmente stabilizzata tra i primi del mondo, è impossibile non tornare a lui. A ciò che ha rappresentato. A ciò che ha lasciato.
Le origini di un’epica silenziosa
Pietrangeli nasce lontano dalle narrazioni convenzionali, in una Tunisi che all’epoca era un crocevia di lingue, odori e contrasti. Non è la culla classica del talento sportivo italiano, ma un terreno fertile per chi deve imparare presto a convivere con la bellezza e l’incertezza. Il tennis entra nella sua vita quasi per caso, come spesso accade ai pionieri: non ha modelli italiani a cui guardare, non ci sono accademie, non c’è un movimento. C’è solo un ragazzo che colpisce la palla con una naturalezza quasi impertinente.
Arrivato in Italia, trova un paese che ancora non sa bene cosa farsene del tennis. Il calcio domina la scena, lo sport è un’industria embrionale, le storie di racchette e superfici sono racconti di nicchia. È in questo clima che Pietrangeli comincia a costruire la sua identità. Non con fragore, ma con un’eleganza ostinata, con una continuità quasi irreale per i tempi in cui veniva costruita.
La costruzione del campione
Prima che il tennis diventasse un contenuto televisivo globalizzato, prima che entrassero in scena gli sponsor, prima che i tornei fossero mappe colorate su schermo, c’erano uomini come Pietrangeli. La sua ascesa, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, è un racconto di artigianato: viaggi infiniti, superfici che cambiano, racchette che sembrano strumenti musicali.
Poi Parigi. Sempre Parigi.
Il Roland Garros è la sua tela preferita, il luogo in cui il suo tennis trova il ritmo naturale. Vince nel 1959 e nel 1960, si spinge altre due volte fino alla finale (quella storica del 1961, contro Manolo Santana, il suo alter ego spagnolo), lascia tracce che ancora oggi gli appassionati considerano la prima vera dimostrazione che un italiano potesse dominare la terra battuta. Le sue partite sono studiate, ragionate, costruite con un’intelligenza tattica che sembra anticipare di decenni l’idea moderna di lettura del gioco.
A guardarlo oggi in video d’archivio colpisce non solo la tecnica, ma la compostezza. Pietrangeli sembra sempre vivere un secondo più avanti del punto in corso. Ha un rovescio che non è mai spettacolare per estetica, ma sempre perfetto per geometria. Un gioco di mano, di scelta, di sensibilità.
La Coppa Davis: il teatro del mito
Se gli slam costruiscono il campione, la Coppa Davis crea l’eroe. Per Pietrangeli è così. La Davis è il suo palcoscenico emotivo, il luogo in cui diventa non più un tennista italiano, ma il tennista italiano. Il suo coinvolgimento è totale, quasi febbrile. Gioca un numero di match che resta ancora oggi un riferimento storico (66, più presente di sempre). Trascina la squadra, la sostiene, la trascina ancora.
Il mito nasce proprio lì: nei campi infuocati, nelle trasferte difficili, nelle sfide che somigliano più a battaglie che a partite. L’immagine di Pietrangeli che lotta in Davis è ancora un patrimonio condiviso: la dedizione, la concentrazione, quel modo di guardare il campo come se fosse un territorio da difendere.
Chi oggi vive il tennis in formato globalizzato forse non può capire cosa significasse allora la Davis. Era la competizione che definiva il peso sportivo di un intero paese e per anni Pietrangeli è stato semplicemente l’uomo che più di ogni altro ha portato sulle spalle l’azzurro.
Il passaggio di ruolo: dalla racchetta alla panchina
Il secondo capitolo della sua leggenda non inizia quando smette di giocare, ma quando decide di restare. Diventa capitano non giocatore in un’epoca in cui la Davis è ancora un torneo di identità, di appartenenza, di sacrificio.
Nel 1976 succede ciò che nessuno aveva mai neppure osato immaginare davvero: l’Italia vince la Coppa Davis. È una vittoria che travalica lo sport, che si sedimenta nelle cronache e nelle conversazioni, che viene ricordata come una delle pagine più incredibili dello sport nazionale. Pietrangeli è il regista silenzioso, il tecnico, il motivatore, la memoria storica. È anche l’uomo che deve tenere insieme una squadra complessa, fatta di personalità forti e di tensioni inevitabili, oltre, ovviamente, al clima politico di una finale giocata a Santiago del Cile, contro i padroni di casa, nell’epoca della dittatura di Pinochet.
Il modo in cui gestisce quella fase racconta tutto di lui: equilibrio, visione, capacità di leggere le situazioni più che le statistiche. Da capitano non è un tiranno, non è un padre, non è un amico. È tutte queste cose insieme a seconda del momento ed è questo che gli permette di entrare nella storia non solo come atleta, ma come uno dei tecnici più incisivi nella storia del tennis italiano.
Un’eredità che ancora respira
Quando oggi si parla di tennis italiano, si parla di un sistema che funziona, di talenti che emergono, di una cultura finalmente radicata. Ogni sistema, però, ha un’origine. Ogni cultura ha un fondatore. Pietrangeli è questo: il momento zero. Il punto da cui partono tutte le linee di sviluppo.
Il movimento moderno, con i suoi centri tecnici, i suoi tornei, il suo pubblico crescente, deve a lui la prima dimostrazione che il tennis potesse essere un linguaggio nazionale. Riviste, studi televisivi, tornei internazionali: Pietrangeli c’è sempre stato. Non per nostalgia, ma perché la sua presenza aveva senso. Perché guardarlo o ascoltarlo significava, ancora una volta, avere un contatto diretto con le radici.
La leggenda che resta
Alla fine, l’unico modo per salutare Pietrangeli è riconoscere che una figura così non si estingue. Rimane nei racconti, nelle vittorie, nei giovani che colpiscono la palla senza sapere che quel gesto, in qualche modo, l’ha inventato lui per tutti noi.
Allora sì, forse addio è la parola giusta, ma è un addio che somiglia più a un inchino che a una partenza. Un addio che significa grazie per averci mostrato per primi dove potevamo arrivare.