Ma insomma lei cosa avrebbe fatto con Borg, con Connors? Pietrangeli strinse gli occhi blu: “Vuoi una risposta sincera? Io non li vedo”. A Roma “io non li vedo” vuol dire “sono nettamente più forte”.
Era così, Nicola Pietrangeli. Troppo sincero: è stato il suo difetto fino alla fine, soprattutto alla fine – questo, e non solo questo, lo accomuna a Panatta, due grandi romani. Un personaggio notevolissimo, un dandy con il pullover bianco e quella eterna pancetta di chi non si allena, “daì, famo ‘a partita”.
Un uomo che ha vissuto tanto, e bene, certo conoscendo anche lui i dolori della vita ma passandoci attraverso secondo la filosofia degli anni Sessanta, ottimismo ottimismo. Supportato dal successo, in campo e fuori.
Tennisticamente? Era fortissimo. Giocava un tennis romantico, un “ponte” tra quello elegantino e non fisico della guerra e quelli già muscoloso dei Settanta-Ottanta, un tennis bello a vedersi, fatto di tocchi sopraffini pur con quelle racchettone di legno, il tennis etereo dei Laver, Santana, Smith, appunto Nicola.
Ebbe la forza del mito, Pietrangeli, bello a suo modo, fascinoso soprattutto. Al Foro Italico quando entrava lui era un delirio. Aveva espugnato il Roland Garros, bastava quello. Quanto perse contro Adriano – ho gli anni per ricordarlo – fu un piccolo dramma, pur compensato dal fatto che si era trovato il suo erede.
Era molto spiritoso. Spesso non veniva capito per quell’ironia che a Roma sconfina nel cinismo. Lo chiamai per una radio perché era morto Vitas Gerulaitus, un grande tennista degli anni Settanta: “Come sto? Meglio di Gerulaitis…”. Pareva immortale. Se n’è andato, Nic, col suo pullover bianco, e sfotte tutti da lassù.