2 Dicembre 2025

Stefano Minnucci

“Ho arbitrato 25 numeri uno su 29. La nuova Davis? Non mi piace”. Parla Carlos Bernardes

Per oltre quarant’anni Carlos Bernardes, brasiliano di Sao Caetano do Sul, è stato una delle figure più riconoscibili e rispettate del circuito. Giudice di sedia con 8000 incontri arbitrati, ha gestito finali Slam, Finals, Coppe davis, le sfide più delicate dell’ultimo mezzo secolo di tennis, attraversando l’era di Sampras e Agassi, le rivalità tra Federer, Nadal e Djokovic. Fino ai protagonisti di oggi Sinner e Alcaraz.

Con lui abbiamo parlato dell’attuale formula della Coppa Davis, tema che rimane caldo, ma soprattutto della sua carriera (che si è conclusa a fine 2024), di tecnologia e del ruolo dell’arbitro in un tennis che cambia sempre più velocemente.

Carlos Bernardes, partiamo dalla Coppa Davis a pochi giorni dalla vittoria dell’Italia alle Finals di Bologna. Come giudichi il format attuale?

Ho vissuto sia la vecchia sia la nuova Davis e la differenza principale, ma anche il suo fascino, era il fatto che prima si giocava un tie con una squadra di casa e una in trasferta. E questo creava un’atmosfera unica perché, anche quando una squadra era in trasferta, c’erano sempre tanti tifosi che viaggiavano per sostenerla. Per tre giorni si viveva un confronto bellissimo, intenso. Non ricordo di aver arbitrato un solo tie che non fosse emozionante, nemmeno quando in campo c’erano squadre meno blasonate.

Nel momento in cui si è passati al nuovo formato ‘tutto in un paese neutro’, la Davis ha perso molto del suo charme.

Tornare indietro però sembra complicato: il vecchio format era molto impegnativo e con il calendario ATP così fitto si rischierebbero tante presenze…

Omaggio alla carriera di Carlos Bernardes, al termine della finale delle Nitto Finals 2024

Dipende da come si costruisce il calendario, questo è il vero nodo. Nella vecchia formula dovevi vincere per andare avanti, e la fase iniziale era la più dura perché giocavano tutti. Poi, man mano che si andava avanti, restavano solo i migliori. Il vero problema nasce quando spalmi la competizione su tutto l’anno, e allora sì, diventa complicato. Per me la Coppa Davis, essendo una competizione a squadre, dovrebbe giocarsi ogni due anni. E tornerei al vecchio formato: incontri in casa e fuori, sorteggio, atmosfera da evento vero.

Ogni due anni, come hanno proposto anche Sinner e Alcaraz. Inserire anche punti ATP potrebbe aiutare?

Si potrebbe fare, ma non è la priorità. Il problema numero uno, per tutti, è il calendario. Se tu giochi un Grande Slam e la settimana dopo c’è la Davis, i giocatori arrivati in semifinale o in finale sono distrutti. Hai appena giocato due settimane nello stesso posto e devi viaggiare sei, sette ore per giocare altrove: è complicato.

Bisognerebbe sedersi tutti insieme e pensare a un calendario più logico e adatto anche a queste competizioni. Il calcio è un esempio lampante, dove il calendario è un disastro. Campionato, coppe nazionali, Champions, Europa League, nazionali, amichevoli… è ridicolo. Un sacco di partite extra che logorano il fisico. E ora il tennis sta andando nella stessa direzione. Servirebbe qualcosa di più ordinato, che tenga insieme parte finanziaria, punti, settimane per allenarsi e vacanze. Non è solo un problema della Coppa Davis, è un problema generale.

Poi c’è la questione del formato al meglio dei tre set e del doppio quasi cancellato.

Certo, anche questo è assurdo. Si giocano match al meglio dei tre set, meno partite, e il doppio è stato praticamente annullato. Pensate all’Italia che nelle ultime due edizioni non ha giocato neanche una partita di doppio, eppure Bolelli-Vavassori sono stati due volte campioni. È pazzesco. Una volta il venerdì c’erano i singolari, il sabato il doppio, la domenica i singolari decisivi, al meglio dei cinque set. Era un altro fascino.

Bisognerebbe avere l’umiltà di dire: abbiamo sbagliato, torniamo indietro. E poi sedersi con i giocatori, con le federazioni, per trovare una soluzione logica. Non è normale avere una competizione che dovrebbe essere la “Coppa del Mondo” del tennis e vedere giocatori che dicono ‘no, non gioco perché sono stanco’. Così la Davis ha perso tantissimo del suo fascino.

Gli inizi, da maestro di tennis ad arbitro internazionale

Facciamo un passo indietro. Per noi appassionati sei una figura importante e anche molto amata. Come è iniziato tutto? Raccontaci quell’annuncio sul giornale, nel 1984…

Beh, all’epoca lavoravo come maestro di tennis e giocavo tornei regionali. I giornali locali pubblicavano sempre il programma delle partite del circolo: “alle 18 gioca Tizio contro Caio, alle 21 quest’altro”… Un giorno, leggendo il giornale, vedo un annuncio: “Si gioca un torneo professionistico al circolo Pinheiros. Ci sono 120 giocatori iscritti. I maestri che vogliono partecipare come giudici di linea vengano a Pinheiros per l’allenamento”.

Ne parlo con il mio capo e andiamo entrambi a provare questa avventura nel tennis professionistico. Mi è piaciuto subito. Era la vecchia formula della Fed Cup, oggi Billie Jean King Cup: 16 nazioni a San Paolo, una settimana intera, tutte le migliori giocatrici del mondo in un solo posto. Per me, vedere da vicino tutte quelle stelle è stato fantastico.

Da lì è iniziato un periodo con tantissimi tornei in Brasile. Mi invitavano come giudice di linea a San Paolo, Paraná, Santa Catarina… Continuavo a lavorare e studiare, finché il mio capo mi ha detto: “Stai viaggiando troppo, devi scegliere: resti maestro o fai questo come lavoro”. Ho smesso di fare il maestro e ho iniziato la carriera da arbitro, partendo come giudice di linea.

I momenti più belli: Wimbledon e i numeri 1 del mondo

Hai arbitrato di tutto: Slam, finali importantissime. Se dovessi scegliere un momento, non per forza una singola partita?

Ci sono tante fasi diverse. La prima designazione a una finale di Grande Slam è stato un momento bellissimo.

Poi è arrivata la finale di Wimbledon, nel 2011. Per me qualcosa di ancora più speciale. Wimbledon è il torneo che guardavo in TV da ragazzino, e ritrovarmi lì, al centro del campo, in mezzo a tutta quella tradizione, è stato un sogno. Se devo scegliere un momento simbolico, direi proprio Wimbledon. È il torneo più importante, e sentirsi lì, parte di quella storia, è stata una soddisfazione enorme.

Hai attraversato l’era Sampras e Agassi, prima ancora Wilander e Becker. Poi le rivalità tra Federer, Nadal e Djokovic. E oggi Sinner Alcaraz. C’è un tratto comune che hai riconosciuto in tutti i grandissimi campioni?

In carriera ho arbitrato 25 dei 29 numeri uno della storia. Me l’hanno chiesto di recente: “Hanno qualcosa in comune?”. La risposta è: sì e no. Tecnicamente e caratterialmente sono tutti diversi, ognuno ha il suo stile, la sua postura in campo, la sua mentalità.

Ma c’è un punto che li accomuna: nei momenti importanti vincono loro. Sono quelli che, quando si apre una piccolissima porta, un break point, un set point, un match point, trovano sempre l’uscita giusta. Un giocatore “normale” spesso, in quei momenti, esita, si blocca, ha paura. Il campione no: in quel momento entra, si prende il rischio e vince la partita.

Per questo sono pochi. La differenza sta proprio lì, nella capacità di cogliere l’occasione decisiva, tutti i giorni, in tutte le partite.

Che ne pensi del movimento italiano, oggi il tennis maschile è esploso. Sinner e Musetti su tutti, ma non solo loro…

Il momento del tennis italiano è impressionante. Parlavo in questi giorni con un amico che lavora con le racchette: mi diceva che non si vendevano così tante racchette da anni. Alle Finals di Torino c’erano persone che andavano solo per stare nel village, senza biglietto per il centrale. Sinner ha di fatto trascinato l’attenzione, ma il bello è che il movimento è cresciuto insieme a lui, non dietro di lui. E anche le ragazze, Jasmine e Sara, hanno fatto cose incredibili, anche se se ne parla meno.

Insomma, è un momento che l’Italia deve sfruttare, e non solo per i risultati, ma anche per dimostrare, come sta facendo, di saper organizzare eventi bellissimi: Davis, Finals, Internazionali…

Vorrei chiederti un parere anche sul giovane talento brasiliano Fonseca. Può inserirsi nel dualismo Sinner-Alcaraz?

Fonseca ha un talento impressionante, gioca molto bene e ha una buona testa. Ma ha 19 anni: bisogna andarci piano. La cosa positiva è che ha una famiglia che non lo schiaccia con la pressione di diventare numero uno a tutti i costi. Se diventerà un top player, bene. Se non ci arriverà, avrà comunque fatto un sacco di cose belle per il tennis e per se stesso. L’importante è non bruciarlo.

Tecnologia e ruolo del giudice di sedia

Veniamo alla tecnologia: L’introduzione dei sistemi di Electronic Line Calling hanno cambiato tanto il ruolo del giudice di sedia. Come hai vissuto questa trasformazione?

La tecnologia è arrivata ed è importante, inutile negarlo. Oggi si gioca a una velocità enorme: dritti a 150 km/h, servizio a 220–230 km/h… Prima c’era sempre il dubbio: “La palla era buona o fuori? Ho perso il game per un errore di chiamata? Mi ha cambiato il momento del match?”. L’arbitro scendeva dalla sedia, guardava il segno, ma il 100% di certezza non c’era mai. Il dubbio restava nella testa del giocatore. Oggi quel dubbio è sparito. E questo è un bene, perché libera il giocatore da un pensiero extra.

Ma il rovescio della medaglia è che si perde una parte del fascino umano dell’arbitraggio. La comunicazione tra arbitro e giocatore è diminuita tantissimo e nel 99% dei casi fai il punteggio e annunci qualche decisione tecnica. Quasi tutto il resto lo fa la macchina. Noi prima facevamo corsi, test visivi, segnali di mano, gestione dei giudici di linea… Oggi invece gran parte di questo non serve più. Conta saper parlare bene al microfono piuttosto che avere una vista perfetta.

Ma togliere l’errore umano, secondo te, davvero rappresenta un miglioramento?

Questa è la grande domanda che mi faccio da anni. Stiamo cercando di eliminare completamente l’errore in un mondo in cui nessun’altra parte della nostra vita è a “errore zero”. Scuola, banca, ospedali, giornali, tutto si sta automatizzando. Nel tennis, con il Covid, l’Electronic Line Calling ci ha permesso di tornare a giocare sei mesi prima, senza giudici di linea e con meno persone in campo. Questo ha accelerato tantissimo il processo.

E ora tornare indietro è praticamente impossibile. Ma il rischio è avere partite sempre più simili a un videogioco: niente discussioni, niente interruzioni, nessuna gestione del conflitto.

Per la prossima generazione di arbitri sarà tutto diverso: non faranno esperienza da giudici di linea ed entreranno direttamente come arbitri di sedia in un sistema in cui la comunicazione con i giocatori è minima. Il “common sense”, la capacità di gestire la tensione, di prendere una decisione in un secondo, saranno molto meno allenati.

Nel 2015 ci fu un punto discusso tra Nadal e Berdych, che spesso viene anche citato come esempio legato alle difficoltà decisionali di un arbitro. Ci puoi raccontare come andarono realmente le cose?

2015 | Punto discusso durante la partita tra Nadal e Berdych,

Quello è un buon esempio di come nascono certe polemiche. Berdych tira una palla sulla riga di fondo di Nadal. Nadal, prima ancora che io dica qualcosa, fa il gesto con il dito e dice “out”. Io, subito dopo, chiamo “out”. Berdych fa challenge e la palla risulta buona.

La domanda che io faccio sempre è: chi ha fermato il punto per primo? Nadal. È lui che ha interrotto lo scambio.

Dal suo punto di vista, però, lui pensa: “L’arbitro ha chiamato out, quindi rigioco il punto”. In realtà la mia chiamata non ha influito, perché lui aveva già smesso di giocare. Da lì nasce la discussione. Ma alla fine si è chiarito tutto e il rapporto è rimasto buono.

Qual è il segreto per mantenere autorevolezza senza perdere il rispetto? Penso anche a giocatori molto “caldi” come Kyrgios, Fognini, ma non solo loro.

La prima cosa è non prendere mai le cose sul personale. Se lo fai, sei finito. Puoi arrivare a situazioni brutte da vedere, che non aiutano nessuno. L’importante è capire fin dove si può arrivare nella discussione mantenendo il rispetto reciproco.

Quando quella linea viene superata, devi agire. Non solo per te, ma anche per l’altro giocatore. In campo sono in due. Se uno ti insulta e tu non fai niente, e poi l’altro rompe una racchetta e lo punisci, diventa un’ingiustizia.

Per cui ci sono momenti dove è meglio ascoltare e non dire nulla, altri dove bisogna intervenire subito. I giocatori lo sanno che puoi prendere una decisione: a volte ti mettono alla prova, e lì devi dimostrare che esiste un limite.

Chiudiamo con una domanda post carriera. Cosa ti manca di più del circuito ATP e cosa, invece, non ti manca per niente?

Non mi mancano per nulla viaggi, alberghi, aeroporti. Dopo 40 anni, 8–9 milioni di miglia, 90 paesi, centinaia di città… basta. Mi piace viaggiare, ma da turista, tranquillo, senza l’ansia dell’orario, del ‘se perdi questo volo domani non arbitri’.

Cosa mi manca? La gente. Parlare con i giocatori, con gli allenatori, con i colleghi, vedere come stanno. Alle Finals ho rivisto tanta gente ed è questa la parte più bella. Per il resto, sto benissimo a casa. Per me la vacanza ideale oggi è… una vacanza a casa.

Oggi continui a giocare, senza pressione.

Sì, gioco a tennis, a padel, e mi diverto. Ma è una visione completamente diversa visto che gioco per piacere. Mi piace parlare con la gente del circolo, ridere, scherzare, dare qualche consiglio se me lo chiedono. Ma zero pressione. Lo sport deve tornare a essere, prima di tutto, questo.