Dopo il forfait di Carlos Alcaraz e l’eliminazione a sorpresa di Jannik Sinner, Novak Djokovic aveva acquisito – assieme ad Alexander Zverev – lo status di principale favorito alla conquista del Roland Garros 2026. Un’occasione ghiottissima per Nole, che trionfando a Parigi avrebbe potuto mettere la ciliegina su un percorso sportivo fenomenale, centrando finalmente quel 25esimo titolo Slam che insegue ormai da diversi anni.
E invece, la corsa dell’ex numero uno al mondo sulla terra rossa transalpina si è fermata sotto i colpi potenti dell’astro nascente brasiliano, Joao Fonseca, autore di un clamoroso ribaltone che l’ha portato ad imporsi per 4-6, 4-6, 6-3, 7-5, 7-5 al termine di una battaglia di circa cinque ore. Per Djokovic si è trattata della terza sconfitta in carriera su 282 sfide concluse al quinto parziale. Una delle tante partite epiche di cui è stato protagonista nel corso dell’ultimo ventennio. Una partita che, però, potrebbe significare per il serbo la pietra tombale sulle sue ambizioni in ambito Major.
Djokovic esce di scena al Roland Garros, persa l’ultima grande occasione?
Parliamoci chiaro. All’età di 39 anni, Djokovic è ancora uno dei giocatori più temibili del circuito ma ha perso brillantezza e quella tenuta fisica che aveva sempre rappresentato uno dei suoi maggiori punti di forza. Contro Fonseca, dal terzo set in poi, ha faticato a tenere il ritmo del più giovane rivale, nonché incassato una lunga serie di palle corte senza nemmeno provare a raggiungerle. A certi livelli, non è pensabile di poterla spuntare limitandosi – si fa per dire – alla ricerca del colpo risolutivo. Nole ha tentato eroicamente a tenere in piedi le sue chance di qualificazione agli ottavi, ma non ne aveva più. Ed è proprio questo il punto.
Il punto è che questa sconfitta coincide per Djokovic con la certificazione che oramai non sono soltanto Sinner e Alcaraz a poterlo battere su determinati palcoscenici. Quei palcoscenici sui quali un tempo era invincibile e riusciva sempre a risorgere dalle difficoltà, andando oltre i limiti dell’umano, talvolta. Certo, non è che il serbo abbia perso solo con Jannik e Carlos di recente, ma tutte le altre sconfitte avevano assunto i tratti della sorpresa, magari dell’inciampo, o comunque erano riconducibili a qualche infortunio. Questa no. Questa è stata una eliminazione portatrice di consapevolezza. La stessa che ha preso corpo sul volto del serbo nel momento della stretta di mano e nella sua analisi in conferenza stampa, dove ha parlato più da ‘totem’ del tennis che da aspirante campione a Wimbledon o New York:
«Analizzando la partita, non credo di aver commesso grandi errori; piuttosto lui ha giocato in maniera straordinaria, in modo aggressivo, al servizio, in tutto. Complimenti a lui. Ovviamente resta il rammarico e la delusione. Nel terzo set ho avuto un calo energetico piuttosto marcato, e questo è quanto. Mi sarebbe piaciuto avere 19 anni oggi in campo, ma le cose stanno così…. L’ho portato quasi al quinto set completo e, in ogni caso, chi gioca contro di me in uno Slam deve battermi: non riceverà mai la partita in regalo. Di questo posso sempre essere orgoglioso. Una cosa è certa: quella vena ”cavalleresca” e lo spirito di lotta, lo spirito del lupo che porto dentro, sono sempre presenti e non mollerò, anche se dovessi giocare su una gamba sola. Se qualcuno mi batte in questo modo, non posso che dire ”bravo, se l’è meritato”, ma deve essere lui a farlo: io non regalerò mai nulla».
Oggi Djokovic resta straordinario perché alla soglia dei quarant’anni conserva una competitività di grande spessore. Un livello che riesce ad esprimere grazie anche a quella instancabile forza interiore che lo ha reso una leggenda del nostro amato sport. Ma inevitabilmente, Nole sta percorrendo l’ultimo segmento sul viale del tramonto. E con lui – se vogliamo essere realistici – lo hanno imboccato probabilmente anche le possibilità di raggiungere i traguardi più prestigiosi.