18 Agosto 2026

Stefano Cagelli

Rovescio a una mano a rischio estinzione? Lo US Open 2026 potrebbe chiudere una storia lunga 149 anni

C’è un filo che attraversa quasi un secolo e mezzo di storia del tennis e che potrebbe spezzarsi proprio allo US Open 2026. Non riguarda il numero di ace, la velocità del servizio o qualche record appartenente ai grandi campioni dell’era moderna. Riguarda un gesto tecnico: il rovescio a una mano.

Dal 1877, anno della prima edizione di Wimbledon, ogni stagione dei tornei del Grande Slam ha visto almeno un giocatore con il rovescio a una mano raggiungere una semifinale Slam. Una tradizione sopravvissuta ai cambiamenti delle superfici, dei materiali e delle racchette, passando attraverso generazioni completamente differenti. Nel 2026, però, quella striscia è seriamente in pericolo. E non sarebbe soltanto una curiosità statistica.

Da simbolo di eleganza a scelta controcorrente

Per decenni il rovescio a una mano è stato uno dei colpi più rappresentativi del tennis. Basta pensare a campioni appartenenti a epoche e scuole diverse: Rod Laver, Ken Rosewall, Stefan Edberg, Boris Becker, Pete Sampras, Roger Federer, Stan Wawrinka o Dominic Thiem.

Interpretazioni differenti dello stesso gesto, accomunate dalla capacità di trasformare un colpo tecnicamente complesso in un’arma. Il tennis contemporaneo, però, sta andando nella direzione opposta.

Pubblicità

Il rovescio bimane garantisce generalmente maggiore stabilità, soprattutto nella risposta al servizio e nella gestione delle palle alte e profonde. In un circuito nel quale velocità e rotazioni sono aumentate enormemente, avere due mani sulla racchetta permette di assorbire meglio la potenza dell’avversario e di anticipare il colpo con maggiore facilità. Il risultato è evidente osservando le nuove generazioni: il rovescio a una mano è diventato una rarità.

Musetti, l’ultimo grande baluardo

Tra i giocatori di vertice, Lorenzo Musetti rappresenta oggi uno dei principali custodi di questa tradizione. Il suo rovescio non è soltanto esteticamente riconoscibile. È un colpo attraverso il quale l’italiano riesce a cambiare ritmo, trovare angoli, utilizzare lo slice e trasformare situazioni difensive in opportunità offensive.

Ma proprio Musetti racconta bene il paradosso del rovescio a una mano moderno. Quando il tempo per colpire diminuisce, soprattutto sul cemento contro avversari capaci di prendere la palla molto presto, quel gesto può diventare più difficile da proteggere. Servizi potenti, risposte aggressive e palle cariche di topspin costringono chi gioca a una mano a una precisione tecnica quasi permanente.

Il margine d’errore si restringe. Ed è proprio sul cemento americano che questa vulnerabilità può diventare particolarmente evidente.

Il problema non è estetico, ma evolutivo

La progressiva scomparsa del rovescio a una mano non significa necessariamente che il tennis stia diventando meno bello. È soprattutto il risultato di una selezione tecnica. Ogni epoca costruisce i giocatori più adatti alle proprie condizioni.

Nel tennis moderno la risposta al servizio ha assunto un peso enorme, gli scambi vengono giocati a velocità elevatissime e la capacità di reggere la diagonale di rovescio è diventata fondamentale. Il bimane offre soluzioni più semplici da apprendere e, soprattutto, più facilmente replicabili sotto pressione. Per un allenatore che deve formare un giovane giocatore, la scelta diventa quindi quasi inevitabile.

Insegnare il rovescio a una mano significa accettare un percorso tecnico generalmente più complesso e una serie di difficoltà che potrebbero emergere contro il tennis aggressivo contemporaneo. Il rovescio a due mani, invece, offre stabilità molto prima. Non sorprende quindi che sempre meno giovani arrivino sul circuito ATP utilizzando una sola mano.

Una specie rara, non ancora estinta

Sarebbe comunque prematuro celebrare il funerale del rovescio a una mano.

La storia recente ha dimostrato che questo colpo può ancora funzionare ai massimi livelli. Federer ne ha fatto uno degli strumenti fondamentali della propria longevità, Wawrinka ha costruito alcune delle vittorie più importanti della sua carriera proprio sulla capacità di dominare la diagonale di rovescio, mentre Thiem riusciva a generare con una mano potenza e rotazioni paragonabili a quelle dei migliori bimani.

Musetti rappresenta la dimostrazione contemporanea che quella soluzione tecnica può ancora appartenere all’élite. Il problema è numerico. In passato, se uno specialista del rovescio a una mano veniva eliminato, ce n’erano molti altri pronti ad avanzare nel tabellone. Oggi ogni sconfitta pesa molto di più sulla sopravvivenza statistica del colpo. Ed è questo che rende lo US Open 2026 così interessante.

New York potrebbe segnare una piccola svolta nella storia del tennis

Se nessun giocatore con il rovescio a una mano dovesse raggiungere le semifinali a Flushing Meadows, si interromperebbe una continuità che accompagna il tennis praticamente dalla sua nascita. Naturalmente non cambierebbe nulla da un giorno all’altro. Il rovescio a una mano continuerebbe a esistere e qualche giovane potrebbe riportarlo stabilmente ai vertici negli anni successivi.

Ma il significato simbolico rimarrebbe enorme. Perché i grandi cambiamenti tecnici raramente avvengono attraverso una dichiarazione ufficiale. Si manifestano lentamente, generazione dopo generazione, finché un giorno ci si accorge che qualcosa che sembrava parte naturale del gioco è diventato un’eccezione.

È ciò che sta succedendo al rovescio a una mano. Lo US Open 2026 potrebbe quindi diventare molto più di una battaglia per l’ultimo Slam della stagione. Potrebbe rappresentare il momento in cui una delle immagini più iconiche della storia del tennis passa definitivamente da gesto comune a specie protetta.