Novak Djokovic US Open 2026

31 Agosto 2026

Stefano Cagelli

Djokovic, il corpo presenta il conto: a New York la sconfitta che apre una nuova fase

Novak Djokovic saluta lo US Open al primo turno, battuto in cinque set da Mariano Navone dopo oltre quattro ore e mezza di battaglia. Ma il risultato racconta soltanto una parte della notte più difficile del serbo: vomito, crampi, problemi alla schiena e alla spalla e quelle lacrime nel quinto set che inevitabilmente aprono nuovi interrogativi sul futuro del 24 volte campione Slam.

Mariano Navone ha sconfitto il serbo 7-6(5), 5-7, 4-6, 6-2, 6-1 dopo quattro ore e 36 minuti, firmando la vittoria più importante della propria carriera. Djokovic, invece, lascia New York molto prima di quanto chiunque avrebbe immaginato e soprattutto in condizioni che alimentano interrogativi ben più profondi rispetto a una semplice eliminazione. Perché Djokovic ha perso contro Navone, certamente. Ma soprattutto, per una notte, ha perso contro il proprio corpo.

Una battaglia iniziata male e quasi ribaltata

I primi segnali erano arrivati molto presto. Dopo un buon avvio, Djokovic aveva cominciato a mostrare un linguaggio del corpo insolito: mani sulle ginocchia dopo gli scambi più duri, poca energia e la necessità di ricorrere all’intervento del fisioterapista già nel primo set.

Navone ha capito immediatamente quale potesse essere la chiave della partita. L’argentino ha cercato profondità, continuità e soprattutto scambi lunghi, obbligando Djokovic a giocare un punto in più ogni volta che ne aveva l’occasione.

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Il primo set, durato più di un’ora, è finito nelle mani dell’argentino al tie-break. Eppure Djokovic ha fatto Djokovic. Pur lontano dalle migliori condizioni, il serbo ha trovato il modo di rimanere aggrappato alla partita. Ha conquistato il secondo set 7-5 e nel terzo è progressivamente cresciuto, fino al break decisivo sul 4-4 e al successivo 6-4 che lo ha portato avanti due set a uno.

Per qualche minuto l’Arthur Ashe Stadium ha probabilmente pensato di assistere all’ennesimo capitolo di una storia vista decine di volte: Djokovic in difficoltà, Djokovic apparentemente vicino al limite, Djokovic che trova comunque una strada. Questa volta, però, qualcosa era diverso. Nel corso del terzo set il serbo ha anche vomitato. E quello che sembrava un ostacolo da superare si è trasformato progressivamente in un limite impossibile da ignorare.

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Il momento in cui il corpo ha detto basta

Djokovic è riuscito addirittura a portarsi avanti di un break nel quarto set. È probabilmente questo il dettaglio che rende la sconfitta ancora più significativa. La partita, nonostante tutto, era ancora nelle sue mani. Poi il fisico ha ceduto.

Sono comparsi i crampi, i movimenti sono diventati sempre più difficili e Navone ha continuato a fare esattamente ciò che doveva: correre, resistere, allungare gli scambi e costringere il suo avversario a giocare. Dal 2-1 Djokovic nel quarto set, la partita ha cambiato completamente volto. Navone ha conquistato cinque dei successivi sei game chiudendo il parziale 6-2. Dopo un nuovo intervento medico, nel quinto set non c’è praticamente più stata partita.

Il 6-1 finale racconta soltanto in parte quanto fosse diventato complicato per Djokovic muoversi in campo. Poi sono arrivate le lacrime. Mentre il pubblico dell’Arthur Ashe continuava a scandire il suo nome, Djokovic ha capito che quella partita ormai non poteva più essere recuperata.

“È un problema serio”

Sono state però soprattutto le parole pronunciate dopo l’incontro a rendere la notte newyorkese ancora più preoccupante. Djokovic ha spiegato che i problemi accusati contro Navone non rappresentano un episodio isolato, ma qualcosa con cui sta facendo i conti praticamente per tutta la stagione. Ha parlato di nausea e vomito, seguiti da crampi e dolori diffusi, fino ai problemi alla schiena e alla spalla accusati contro l’argentino.

Il serbo ha ammesso di non conoscere ancora una soluzione e di stare cercando di capire fino a che punto possa continuare a competere in queste condizioni. Durante la partita ha persino pensato al ritiro. Non lo ha fatto perché, dopo aver conquistato secondo e terzo set, aveva intravisto ancora una possibilità di vincere.

È forse questo il paradosso più crudele della sua notte. Mentalmente Djokovic continuava a crederci. Tennisticamente era ancora riuscito a costruirsi una posizione dalla quale vincere la partita. Era il corpo, semplicemente, a non riuscire più a seguirlo.

Una sconfitta che cancella vent’anni

Bisogna tornare indietro fino all’Australian Open 2006 per trovare l’ultima eliminazione di Djokovic al primo turno di un torneo del Grande Slam. Allora aveva 18 anni e perse contro Paul Goldstein. Da quel momento in avanti le prime settimane dei Major sono diventate quasi un territorio proibito per i suoi avversari. Prima di Navone erano arrivate 78 vittorie consecutive al debutto negli Slam.

Vent’anni dopo, quella serie si interrompe a New York. E non sarà l’unica conseguenza. L’eliminazione impedirà a Djokovic di inseguire in questo torneo il 25° titolo del Grande Slam e comporterà anche la sua uscita dalla Top 10 ATP, nella quale era presente ininterrottamente dal luglio 2018. Numeri che, per qualsiasi altro giocatore, potrebbero rappresentare semplicemente una fase negativa. Quando riguardano Djokovic, assumono inevitabilmente un significato diverso.

Il problema non è più battere i migliori

Da anni la domanda intorno a Djokovic è la stessa: può ancora battere i migliori giocatori del mondo? Forse, dopo questa notte, bisogna cambiarla. Djokovic ha già dimostrato di poter ancora produrre tennis di altissimo livello. Il problema è diventato quanto a lungo riesca a sostenerlo.

Un torneo del Grande Slam non richiede soltanto di battere un grande avversario. Richiede sette partite al meglio dei cinque set distribuite nell’arco di due settimane. Recuperare, tornare in campo, recuperare ancora. A 39 anni è proprio questa continuità fisica a essere diventata la sfida più difficile.

Contro Navone è emersa in maniera quasi brutale: Djokovic era riuscito a ribaltare una partita iniziata malissimo e si trovava avanti due set a uno e di un break nel quarto. Non gli è mancata la capacità di giocare a tennis. Gli è mancata la possibilità fisica di continuare a farlo. Ed è una differenza enorme.

New York e quelle lacrime che sembravano un saluto

Sarebbe troppo semplice trasformare immediatamente questa sconfitta nell’annuncio della fine della carriera di Novak Djokovic. Lui stesso non lo ha fatto. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare quanto accaduto a New York come una normale giornata storta.

Djokovic ha perso al primo turno di uno Slam per la prima volta dal 2006, lascerà la Top 10 e soprattutto ha descritto pubblicamente un problema fisico ricorrente del quale, al momento, non conosce ancora la soluzione. Il pubblico dell’Arthur Ashe sembra aver percepito perfettamente il peso del momento.

Quando ormai Navone stava correndo verso la vittoria, lo stadio ha continuato a sostenere Djokovic. Alla fine il serbo ha ringraziato New York spiegando quanto quell’affetto lo avesse toccato. Forse era semplicemente l’emozione per una delle sconfitte più dolorose della sua carriera.

O forse, inevitabilmente, anche Djokovic ha sentito per qualche istante quello che hanno sentito in tanti guardandolo dalla tribuna e davanti alla televisione: che serate come questa, dopo oltre vent’anni trascorsi a sfidare il tempo, prima o poi sarebbero arrivate. La questione adesso non è stabilire se Novak Djokovic sia ancora capace di giocare da campione. La domanda è se il suo corpo gli permetterà ancora di esserlo abbastanza a lungo da vincere un altro Slam.