Il kazako analizza l’evoluzione del circuito e il netto innalzamento del livello medio: «Ormai anche i primi 200 hanno preparatori, fisioterapisti e grandi allenatori. Se a 19 anni sei già tra i primi 100, sei quasi una superstar». E ammette di aver dovuto cambiare completamente mentalità.
Il tennis di oggi è diventato più difficile? Per Alexander Bublik non ci sono molti dubbi. Il kazako, intervenuto al Media Day dell’ATP 500 di Pechino dopo l’esperienza alla Laver Cup di Londra, ha offerto una lettura particolarmente interessante dell’evoluzione vissuta dal circuito negli ultimi anni.
Secondo Bublik, infatti, il cambiamento più evidente non riguarda necessariamente il vertice della classifica, quanto piuttosto tutto ciò che si trova immediatamente alle sue spalle. La profondità del tennis professionistico è aumentata enormemente e, di conseguenza, non esistono quasi più partite nelle quali un giocatore di alto livello possa permettersi di abbassare la guardia.
«Il livello medio è cresciuto tantissimo»
Bublik parte da un confronto con il recente passato. A suo giudizio, il tennis dell’epoca dominata dai Big Three poteva contare su una top 10 complessivamente più dura rispetto a quella attuale, fatta eccezione naturalmente per giocatori come Jannik Sinner e Carlos Alcaraz.
Il kazako cita Roger Federer, Rafael Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray, ma anche Stan Wawrinka, Tomas Berdych e Marin Cilic: una concentrazione di campioni che rendeva particolarmente complicato avvicinarsi alle primissime posizioni. La situazione, però, cambia completamente quando si guarda oltre l’élite.
Per Bublik il livello dei giocatori fuori dalla top 10 è oggi «significativamente più alto». Quando iniziò ad affacciarsi stabilmente sul circuito, ricorda, era molto meno comune vedere tennisti lontani dalle prime posizioni viaggiare con uno staff strutturato. Molti si spostavano da soli, senza fisioterapisti o preparatori, e le differenze sul piano atletico e tecnico risultavano più evidenti. Oggi lo scenario è radicalmente diverso.
«Anche nei primi 200 tutti colpiscono bene la palla»
La professionalizzazione, secondo il kazako, ha raggiunto praticamente ogni livello del tennis internazionale. Anche un giocatore intorno alla posizione numero 200 può disporre di una preparazione atletica di alto livello, di un buon allenatore e di un’organizzazione professionale alle proprie spalle. Il risultato è un innalzamento generale della qualità.
Tutti colpiscono bene la palla, tutti curano maggiormente il fisico e persino nel circuito Challenger, sottolinea Bublik, si incontrano avversari estremamente competitivi. Una trasformazione che ha modificato anche il significato della classifica. Entrare tra i primi cento giocatori del mondo, sostiene il kazako, rappresenta oggi un traguardo più difficile rispetto a quando lui ci riuscì giovanissimo.
«Se oggi entri in top 100 a 19 anni, è quasi come essere una superstar», è in sostanza il concetto espresso da Bublik. Un’osservazione che fotografa bene la profondità raggiunta dal circuito: il confine tra l’ATP Tour e il mondo Challenger è diventato sempre meno netto e il margine per affrontare una partita senza la massima preparazione si è drasticamente ridotto.
Bublik: «Ho dovuto cambiare completamente»
Il cambiamento del tennis ha avuto conseguenze dirette anche sulla carriera dello stesso Bublik. Per anni il kazako ha costruito parte del proprio personaggio — e del proprio gioco — sulla libertà, sull’istinto e sulla capacità di cercare soluzioni spettacolari senza preoccuparsi troppo di gestire ogni singolo punto.
Un atteggiamento che, per sua stessa ammissione, in passato poteva funzionare più facilmente. Bublik racconta di essere entrato spesso in campo pensando soprattutto a colpire la palla e vedere cosa sarebbe successo, senza attribuire la stessa importanza di oggi alla costruzione del punto, alla gestione dei momenti delicati o alla necessità di recuperare una situazione complicata. Adesso non è più possibile.
Secondo il kazako, affrontare una partita con quell’approccio significa esporsi concretamente al rischio di uscire già al primo turno, indipendentemente dal nome dell’avversario. È cambiato anche il fattore fisico. In passato, spiega Bublik, poteva capitare di arrivare al terzo set contro un giocatore meno preparato atleticamente sapendo che il rivale avrebbe inevitabilmente pagato la fatica. Oggi situazioni del genere sono molto più rare, persino negli incontri disputati al meglio dei cinque set.
Da qui la necessità di una trasformazione personale: maggiore disciplina, un approccio mentale differente e la stessa attenzione qualunque sia l’avversario dall’altra parte della rete. Che si tratti di Jannik Sinner, Jakub Mensik oppure del numero 90 del mondo, il principio per Bublik ormai è lo stesso: bisogna essere presenti mentalmente dall’inizio alla fine, perché il livello del circuito non concede più distrazioni.
La sorpresa Laver Cup: «Molto più competitiva di quanto pensassi»
Durante il Media Day di Pechino, Bublik è tornato anche sulla sua recente esperienza alla Laver Cup, competizione sulla quale in passato aveva mostrato un certo scetticismo. Viverla dall’interno gli ha fatto cambiare prospettiva. Guardandola in televisione, ha spiegato, è facile considerarla soprattutto un’esibizione, anche perché non assegna punti per il ranking. Entrare nella dinamica della squadra gli ha invece permesso di percepire una competitività molto più intensa.
Bublik ha raccontato l’energia trasmessa da Andre Agassi e il coinvolgimento dei compagni del Team World, sottolineando come la voglia di vincere fosse autentica. Pur riconoscendo la componente di spettacolo dell’evento, il kazako l’ha definita sostanzialmente un’esibizione estremamente competitiva.
Positiva anche la possibilità di conoscere sotto una luce diversa giocatori abitualmente incontrati come avversari. La dimensione di squadra gli ha permesso di stringere nuovi rapporti e approfondirne altri, trasformando la settimana londinese in un’esperienza che sarebbe felice di ripetere. Ma è soprattutto la sua analisi sul circuito a lasciare il segno. Il tennis moderno, nella lettura di Bublik, non è semplicemente più veloce o più atletico: è diventato più professionale in profondità.