Nel lessico del tennis contemporaneo, il dritto è quasi sempre sinonimo di una sola mano che colpisce la palla in modo potente ed elegante. Esiste, però, una via minoritaria: il dritto bimane, che da decenni accende discussioni fra tecnici e appassionati. Alcuni lo considerano un espediente utile a dare stabilità sul ritmo moderno, altri lo giudicano limitante nella ricerca di potenza massimale e di allungo laterale. È un colpo inconsueto, certo, ma non un fenomeno marginale della storia: a più riprese, interpreti d’élite lo hanno trasformato in marchio di fabbrica, vincendo slam e cambiando percezioni consolidate. Le definizioni enciclopediche ricordano che, pur essendo statisticamente raro, il dritto a due mani è stato adottato da più giocatori e giocatrici nel corso dell’Era Open e continua ad affiorare come scelta tecnica in precise traiettorie di carriera.
Le origini: da Pancho Segura all’Era Open
Per comprendere la logica del dritto bimane occorre tornare ai professionisti del dopoguerra. Francisco Pancho Segura, grande campione ecuadoregno ed ex numero 1 del mondo (1950), costruì il proprio tennis intorno a un dritto a due mani. Segura dimostrò che l’appoggio bilaterale delle mani poteva generare controllo, timing e capacità di anticipo fuori dal comune anche con attrezzature d’epoca. L’icona della doppia impugnatura sul lato destro era nata e avrebbe ispirato generazioni successive.
Gli anni Novanta: l’era Seles e la legittimazione al vertice
Se Segura è il capostipite, Monica Seles è la figura che più di ogni altra ha legittimato il dritto bimane al massimo livello. Mancina, con due mani su entrambi i lati, Seles travolse il circuito WTA all’inizio degli anni Novanta con un tennis d’anticipo e di pressione costante, vincendo nove major in singolare e restando numero 1 per 178 settimane. Il suo dritto a due mani, compatto e precoce sull’impatto, era il motore di una geometria piatta e velocissima che soffocava il tempo dell’avversaria. La stessa International Tennis Hall of Fame registra senza ambiguità lo stile “two-handed forehand and backhand”, a riprova che non parliamo di curiosità folcloristica, ma di uno strumento tecnico capace di dominare.
La scuola francese: Bartoli e Santoro
In Francia, due interpreti hanno dato al colpo un’identità particolare. Marion Bartoli, campionessa di Wimbledon 2013, giocava a due mani su entrambe i lati: un’ortodossia alternativa, costruita con il padre-coach, che privilegiava colpo anticipato, angoli corti e linearità del gioco.
Fabrice Santoro, altro francese amatissimo per creatività e varietà, è ricordato come uno dei rari professionisti a giocare con due mani sia di dritto che di rovescio: nel suo caso, il dritto bimane diventava strumento di inganno, cambio di ritmo e manipolazione degli angoli, più che pura forza.
Asia e modernità: Peng Shuai e Hsieh Su-wei
Nel panorama asiatico, Peng Shuai ha rappresentato a lungo la versione industriale del dritto bimane: colpo compatto, solido sull’anticipo, spesso eseguito con variante cross-handed, cioè a mani invertite rispetto alla convenzione, elemento che ne accentuava unicità e controllo su traiettorie piatte. Hsieh Su-wei, pluricampionessa slam in doppio e top25 in singolare, gioca con due mani su entrambi i lati e ha costruito un repertorio di variazioni, tagli e improvvise accelerazioni che hanno sorpreso campionesse come Simona Halep a Wimbledon. Il suo tennis dimostra come il dritto bimane, quando iniettato in un set di competenze tattiche ricco, non sia affatto un vincolo, ma un acceleratore di scelte.
Il filone maschile: da Gambill alle contaminazioni contemporanee
Nel circuito ATP il dritto bimane è stato storicamente più raro, ma non assente. Jan-Michael Gambill ne fece un segno distintivo, raggiungendo il numero 14 del mondo e quarti a Wimbledon nel 2000. L’esempio di Gambill ha avuto un’eco soprattutto nei vivai e in chi cercava strade alternative per stabilizzare il dritto sotto pressione. Anche in anni recenti capita di vedere giocatori che, in particolari fasi o situazioni, impugnano con due mani il dritto, a riprova di come il gesto possa emergere come soluzione situazionale oltre che identitaria.
Biomeccanica del dritto a due mani: perché funziona
Dal punto di vista tecnico, il dritto bimane offre alcuni vantaggi tangibili. Il doppio appoggio riduce la dispersione dell’asse spalla-avambraccio e stabilizza la faccia della racchetta, semplificando la gestione delle palle pesanti e del rimbalzo alto. Sul piano temporale, due mani facilitano l’anticipo e la presa della palla in fase ascendente, qualità centrali contro il topspin esasperato del tennis moderno. Diversi analisti e coach sottolineano che la configurazione bimane, pur limitando il raggio d’azione, restituisce controllo e ribattuta pulita contro la velocità crescente degli scambi, specie quando non c’è tempo per un grande arco di swing.
I limiti strutturali
Se i punti di forza sono chiari, altrettanto lo sono i punti deboli. Due mani riducono l’allungo laterale, rendono più complessa la gestione delle palle molto basse e, in generale, comprimono l’ampiezza della frustata. Nelle situazioni in cui c’è tempo per caricare, la soluzione a una mano permette spesso di generare più velocità di testa della racchetta, più frustata e quindi più peso sulla palla. Anche l’esecuzione in corsa laterale o in allungo frontale è, per ragioni geometriche, più agevole col dritto monomane.
Varianti e curiosità: il cross-handed e gli ibridi
Il mondo del dritto bimane non è monolitico. Alcuni giocatori utilizzano impugnature simmetriche fra i due lati, altri, come Peng Shuai in diverse fasi della carriera, hanno adottato un cross-handed, ossia con la mano dominante più arretrata di quanto si veda sul rovescio. Questa scelta può favorire controllo direzionale e anticipo su linee piatte. Esistono poi versioni ibride, in cui l’atleta alterna una o due mani sul dritto a seconda della situazione di palla, o inserisce slice a una mano per spezzare il ritmo.
Quando si insegna il dritto bimane
In ambito formativo, il dritto a due mani compare come opzione quando l’allievo mostra difficoltà di stabilità in fase di impatto o un timing incerto contro palla pesante. Il messaggio che emerge è pragmatico: non esiste un dogma, ma una strada funzionale al profilo di ciascun atleta.
Prospettive: nicchia, non reliquia
Il dritto bimane non scomparirà. Rimarrà probabilmente una scelta di nicchia, ma la sua storia e i suoi campioni indicano che può essere una risposta efficiente a problemi reali del gioco moderno. Dove servono controllo in anticipo e gestione delle risposte al fulmicotone, due mani fanno la differenza. Dove invece il tennis chiede grande allungo, frustata ampia e massima generazione di spin, la soluzione monomane conserva un vantaggio netto. La ricchezza del nostro sport sta anche qui: nella coesistenza di stili e soluzioni che, a seconda del talento e del progetto tecnico, possono condurre allo stesso obiettivo.
Oltre il pregiudizio
Non è l’eresia che molti hanno creduto, non è nemmeno la panacea universale. È un linguaggio tecnico con grammatica propria, che ha prodotto icone come Seles e Bartoli, ha ispirato grandi lottatori come Hsieh e Santoro, ha avuto ambasciatori ATP come Gambill e un progenitore illustre come Segura. In un’epoca in cui il tennis chiede soluzioni rapide contro velocità crescenti, quel doppio appoggio può ancora essere la risposta giusta per i profili che ne sanno valorizzare la logica. Il dibattito, probabilmente, non finirà mai. È proprio da questi contrasti, però, che il gioco continua a evolvere, preservando la sua capacità unica di accogliere differenze e trasformarle in vittorie.