Jannik Sinner approda ai quarti di finale del China Open di Pechino dopo un match tutt’altro che banale contro il francese Terence Atmane. Due ore e ventuno minuti di battaglia, tre set (6-4, 5-7, 6-0) che raccontano una storia di fatica, aggiustamenti e anche di esperimenti tecnici.
Perché l’azzurro, come aveva promesso dopo la finale persa con Carlos Alcaraz allo US Open, sta cercando di aggiungere qualcosa al suo tennis. Ma lo fa con la consapevolezza di doversi muovere su un filo sottile: innovare senza snaturarsi.
“Attenzione a non cambiare troppo”
“Sto cercando di fare cose nuove in campo e su questo sto spendendo abbastanza forza mentale, però dobbiamo stare attenti a non far troppo”, ha spiegato Sinner in conferenza stampa.
A Pechino le prove sono state evidenti: più variazioni al servizio, qualche serve and volley, l’uso più frequente della palla corta. Eppure, quando il match ha rischiato di complicarsi, Sinner è tornato nella sua comfort zone, quel pressing da fondo campo che lo ha reso uno dei giocatori più solidi del circuito.
Il secondo set, finito nelle mani di Atmane, ha mostrato che un eccesso di sperimentazione può togliere certezze più che aggiungere soluzioni.
Un piano di medio periodo
“Sto provando a fare l’80% del mio tennis abituale e un 20% di novità. Dovrei arrivare al 90-95% di quello che sono io e provare a cambiare un 5%, magari all’inizio nei momenti più tranquilli”, ha chiarito Sinner.
Un progetto che richiederà tempo per essere automatizzato e che, inevitabilmente, porterà a qualche errore in più nelle prossime partite. Ma la crescita, secondo Sinner, passa da qui.
Il servizio come laboratorio di crescita
Il servizio è il primo terreno di sperimentazione. Dopo la finale di New York, dove la percentuale di prime era scesa al 48%, Sinner ha lavorato sulla precisione più che sulla potenza, servendo a Pechino con una media di circa 190 km/h ma con un rendimento più costante (76,6% di prime contro Cilic, quarto miglior dato della carriera).
È una scelta che guarda al futuro: meno ace cercati, più punti costruiti.
Le perplessità degli addetti ai lavori
Non tutti però sono convinti di questa svolta. L’ex giocatore e coach francese Georges Goven ha espresso qualche perplessità:
“Sinner ha un tennis essenziale ma perfetto. Non capisco perché debba provare nuove soluzioni fino ad assomigliare a Bublik. È il numero 2 del mondo, perché rischiare di scendere?”.
Un punto di vista che apre un dibattito interessante: fino a che punto un top player deve cambiare quando è già ai vertici?
Innovare senza smarrirsi
La risposta sta probabilmente nell’equilibrio: innovare per essere meno prevedibili, ma senza smontare i pilastri del proprio tennis.
Sinner sembra averlo capito: i suoi esperimenti non sono una rivoluzione, ma piccoli tasselli che, se consolidati, potranno renderlo più completo nei momenti chiave. Il 6-0 del terzo set contro Atmane lo dimostra: quando ritrova il suo tennis, l’altoatesino diventa ingiocabile.
Ora lo attende Fabian Marozsan, avversario insidioso e dotato di gran tocco. Un nuovo test per capire a che punto sia questo percorso di trasformazione. Ma la sensazione è che, per Sinner, la vera partita sia quella contro sé stesso: imparare a cambiare senza perdere ciò che lo ha reso il numero 2 del mondo.