In una lunga intervista concessa a Piers Morgan, Novak Djokovic si è aperto come raramente accade, regalando riflessioni profonde sul suo presente, sulla nuova generazione e sul futuro della sua carriera. Il serbo, fresco del suo titolo numero 101 vinto all’ATP di Atene, ha mostrato ancora una volta il suo lato più umano, tra dubbi, autocritica e gratitudine per un percorso che dura ormai da oltre vent’anni.
“Sto vivendo il capitolo finale della mia vita tennistica”
Djokovic non si nasconde: “Sto attraversando una fase di transizione, sto entrando nell’ultimo capitolo della mia vita da tennista, anche se non so quanto durerà. Cerco serenità per mantenere fame e competitività, ma devo accettare realtà difficili. Per gran parte della mia carriera sono stato io a dominare, ora mi capita di essere dominato da Alcaraz e Sinner”.
“Oggi loro sono migliori di me”
Con una sincerità disarmante, il numero uno serbo ha ammesso di avere dubbi sul suo futuro ai vertici del tennis mondiale:
“Carlos e Jannik oggi sono migliori di me, questa è la realtà. Hanno messo in discussione la mia fiducia nel poter vincere un altro Slam. Ho sempre creduto nel potere dei pensieri positivi, ma credo anche nella biologia: ho 38 anni, e l’usura si fa sentire. Ho ricevuto un paio di schiaffi di realtà quest’anno”.
Nonostante ciò, Djokovic ribadisce la sua mentalità da campione:
“Quando entro in campo, non importa chi ho di fronte. Penso sempre di poter vincere, e darò tutto per riuscirci. La mentalità del vincente non mi ha mai abbandonato.”
Accetta il sorpasso generazionale
Djokovic accoglie con rispetto l’ascesa dei nuovi campioni: “Sapevo che prima o poi sarebbe successo. È il naturale corso delle cose. L’arrivo di Alcaraz e Sinner è fantastico per il tennis: hanno già giocato una delle finali più epiche di sempre, quella del Roland Garros”.
“Mi sono ritrovato incollato alla TV per guardare la finale di Parigi”
Pur non amando guardare tennis dopo una sconfitta, Novak racconta un aneddoto familiare:
“Quel giorno volevo uscire con mia moglie e mio figlio, ma loro volevano vedere la finale. Ho accettato di guardare un set… e alla fine siamo rimasti incollati allo schermo per ore. È stato uno spettacolo incredibile”.
“Non siamo semidei, siamo umani”
Djokovic ha poi toccato un tema più profondo: la pressione degli atleti d’élite.
“Molti pensano che i grandi sportivi siano semidei, ma non è così. La pressione che viviamo è reale. Non riuscire a superare certi ostacoli non ti rende debole, ti rende umano. Ho perso tante finali di Slam, circa la metà di quelle giocate. Fa parte del percorso”.
“Il successo continuo è un pericolo”
Il serbo ha ricordato il periodo in cui si sentiva imbattibile:
“Tra il 2015 e il 2016 giocai quasi venti finali consecutive. Dominavo ovunque, ma quella sensazione di onnipotenza è pericolosa: l’ego cresce, e la vita poi ti colpisce più forte. È quello che mi accadde con l’infortunio al gomito”.
Un padre, non un allenatore
Djokovic ha parlato anche del figlio Stefan, 11 anni:
“Vuole giocare a tennis e questo mi emoziona, ma mi spaventa anche. Ha talento, ma non voglio essere il suo allenatore, voglio essere suo padre. Se deciderà di diventare professionista, lo sosterrò al 100%”.
“Voglio essere ricordato per aver toccato il cuore delle persone”
Infine, una riflessione che racchiude l’essenza del campione di Belgrado:
“Mi piacerebbe essere ricordato non solo per i risultati, ma come un uomo che ha toccato il cuore delle persone. Vorrei che fosse scritto questo sulla mia lapide”.
Con questa intervista, Novak Djokovic conferma ancora una volta di essere molto più di un campione: un atleta consapevole, un uomo in continua evoluzione e, soprattutto, un eterno innamorato del tennis.