Il tallone d'achille di Jannik Sinner

6 Ottobre 2025

Stefano Cagelli

Il “Tallone” d’Achille di Jannik Sinner

A Shanghai arriva un altro ritiro per il numero 2 del mondo, sconfitto da un ottimo Tallon Griekspoor e, soprattutto, dai propri limiti fisici. Il clima estremo e la fatica accumulata riaccendono il dibattito sulla tenuta atletica del campione azzurro.

Drammatico, quasi simbolico. Jannik Sinner si è ritirato sul 3-2 del terzo set contro Tallon Griekspoor al Masters 1000 di Shanghai, dopo due ore e mezza di battaglia estenuante. Un match che il numero due del mondo sembrava avere sotto controllo – avanti un set e con tre palle break consecutive nel secondo – ma che gli è scivolato dalle mani insieme alle forze.

La scena finale è stata eloquente: Sinner piegato dai crampi, incapace di reggersi in piedi, costretto a rinunciare. Il regolamento non concede il medical time out per i crampi, e così l’azzurro, zoppicante e visibilmente provato, ha dovuto alzare bandiera bianca.

Per Griekspoor, che non aveva mai battuto Sinner in sei confronti, è una vittoria di prestigio. Per Jannik, invece, una sconfitta che pesa più sul piano fisico e psicologico che su quello tecnico.


Shanghai, condizioni estreme e fatica accumulata

Il contesto non ha aiutato. Il caldo umido di Shanghai, l’altissimo tasso di umidità e la fatica accumulata dopo le settimane di fuoco del tour asiatico – coronate dal trionfo a Pechino – hanno messo il corpo di Sinner sotto stress.
Già nel secondo set si era notato un calo nella brillantezza dei suoi colpi: meno aggressività, meno lucidità nelle scelte, un linguaggio del corpo preoccupante. Griekspoor, lucido e ordinato, ha approfittato della situazione, rimontando e portando il match al terzo set.

Lì, la resa fisica è diventata inevitabile. “Troppo dolore alla gamba destra”, avrebbe detto lo staff a bordo campo. Un copione, purtroppo, già visto.


I ritiri, un tema ricorrente

Non è la prima volta che Sinner è costretto a ritirarsi per problemi fisici.

Negli ultimi anni si contano diversi stop per infortuni muscolari, cali energetici o crampi, spesso nei momenti più intensi della stagione: Montecarlo 2022, Cincinnati, Wimbledon, e ora Shanghai. Non si tratta solo di sfortuna. Il fisico di Sinner, longilineo e sottile, è stato fin dall’inizio oggetto di analisi da parte di tecnici e preparatori: un corpo costruito più per la rapidità e la precisione che per la resistenza estrema.

Il lavoro con il team di Darren Cahill e Simone Vagnozzi ha migliorato forza e stabilità, ma i progressi sembrano ancora parziali, come si è visto plasticamente nella finale dello US Open contro uno straripante Alcaraz. In un calendario che chiede al top player di giocare quasi ogni settimana, la gestione delle energie resta il vero banco di prova.


Il suo vero “Tallone d’Achille”

Il gioco di parole si impone da sé: contro Tallon Griekspoor, Sinner ha mostrato il proprio “tallone d’Achille”. Non la tecnica, non la mente, ma il corpo. Il talento è cristallino, il tennis che esprime – per qualità e continuità – è ormai da numero uno. Ma quando il fisico non regge, anche la mente più solida vacilla. In condizioni estreme, Sinner fatica ancora a mantenere il livello d’intensità che serve per chiudere certi match.

Il problema, dunque, non è episodico: è strutturale. E se Jannik vuole davvero scalzare Alcaraz dal vertice entro fine anno, dovrà prima vincere la battaglia più difficile – quella contro i propri limiti fisici.


Uno stop che pesa anche sul ranking

Il ritiro a Shanghai ha infatti anche conseguenze dirette sulla classifica: Sinner perde i 1000 punti del titolo 2024 e ne recupera solo 50 dal terzo turno, lasciando sul campo 950 punti preziosi. La distanza da Carlos Alcaraz si allarga (11.340 contro 10.000), e con le ATP Finals alle porte, il margine per colmare il gap si riduce drasticamente.


La stagione di Sinner resta straordinaria – tre titoli importanti, continuità ad altissimo livello, la consapevolezza di poter battere chiunque. Ma il ritiro di Shanghai lancia un messaggio chiaro: il corpo va curato come il talento.
Perché nel tennis moderno, più che mai, la tenuta fisica è la prima condizione per restare ai vertici. E Jannik, per forza di cose, deve trasformare il suo “tallone d’Achille” in un punto di forza.