“Non è disimpegno, ma strategia e visione”. Così Cesare Amatulli e Matteo De Angelis, autori del libro “Effetto Sinner”, sintetizzano la decisione del nostro numero uno di non partecipare alla Coppa Davis. Una scelta che sta facendo discutere, ma che apre anche una riflessione sul suo modo di intendere lo sport, la carriera e la leadership.
Per i due docenti universitari, che nel loro volume hanno analizzato l’impatto di Jannik sulla società e sugli individui al di là dei campi da gioco, l’assenza del numero uno azzurro non incrina la sua immagine, ma la consolida. “È una decisione coerente con il suo modello, che unisce disciplina e lungimiranza – spiegano i due docenti di marketing – e per i brand può rappresentare addirittura un vantaggio competitivo, non un rischio”.
Nelle loro parole torna un concetto chiave: la credibilità delle scelte nel tempo. E anche sul piano emotivo, sottolineano, “l’empatia non nasce dalla presenza costante, ma dalla coerenza”. Infine, per chi osserva da fuori, dall’estero, la decisione di Sinner “può essere letta come un segno di professionalità e di leadership matura”.
Parte da qui il nostro dialogo con gli autori di “Effetto Sinner”, un colloquio per comprendere meglio quali siano le conseguenze di una scelta così rumorosa.
Professori, dal vostro punto di vista come influisce questa decisione sulla percezione di Sinner come modello per i giovani e come simbolo nazionale?
Cesare Amatulli – È una decisione coerente con il suo approccio sobrio, razionale e sempre fedele ai propri valori. Nel nostro libro parliamo di tre pilastri dell’“effetto Sinner”: umiltà, disciplina e visione di lungo periodo. E anche qui questi elementi si manifestano chiaramente. Non si tratta di disimpegno, ma di lucidità, di strategia, di capacità di guardare avanti. Si tratta quindi di una decisione che rafforza il suo messaggio: costruire nel tempo, essere autentici, scegliere secondo coerenza. Per i giovani questo è un modello fortissimo. Insegna che anche un campione può (e deve) dire dei ‘no’ per proteggere equilibrio e crescita personale. E poi vorrei ricordare che Sinner ci ha fatto vincere già due Coppe Davis, praticamente da protagonista assoluto. Per cui è difficile parlare di mancanza di impegno nazionale”.
Matteo De Angelis – Sì, penso che il suo essere “simbolo nazionale” non sia minimamente intaccato da questa scelta, che piuttosto è legata a una gestione di energie in un anno stressante, nel quale c’è stata anche la squalifica per doping. Purtroppo il tennis rimane un gioco individuale. E se si somma il fatto che stiamo parlando del numero due che sta cercando di tornare numero uno al mondo, c’è da capire come la Coppa Davis, anche a livello inconscio, possa essere meno importante per lui. Questo rimane uno sport individuale, c’è poco da fare. Ma lui rimane simbolo dell’Italia ogni volta che gioca. Insomma, è una scelta che ci sta e che va capita.
Sul piano dell’empatia questa assenza può generare un senso di distanza nei confronti dei tifosi italiani?
Cesare Amatulli – Nel breve periodo qualcuno potrà viverla come una delusione, ma nel medio termine rafforzerà l’immagine di Sinner come atleta autentico e responsabile. Nei nostri studi emerge chiaramente che le emozioni che suscita (gioia, orgoglio, ammirazione) nascono dalla sua coerenza. L’empatia, in fondo, non dipende dalla presenza continua, ma dalla credibilità delle scelte. Fermarsi per preservare equilibrio fisico e mentale è un segnale di maturità che rafforza il legame con i tifosi nel tempo.
Matteo De Angelis – Sono d’accordo. Non credo che la sua scelta possa generare un effetto negativo sul piano dell’empatia. Anzi, può rafforzare l’immagine di un atleta che fa scelte mature e coerenti, al di là delle aspettative del pubblico. In tutto questo c’è anche un elemento di asimmetria informativa: è facile, dall’esterno, pensare che “dovrebbe” giocare la Davis, ma solo lui conosce davvero la sua condizione, le sue priorità e i rischi di un calendario estenuante. Come ha detto Corrado Barazzutti, è una decisione da rispettare. E aggiungerei che anche il racconto dei media può influire, perché una scelta narrata come matura e coerente, può anche aiutare a consolidare l’effetto positivo.
Dal lato dei brand e degli sponsor, è una scelta che può rappresentare un rischio per chi ha investito nel suo valore simbolico?
Cesare Amatulli – Non credo affatto ci sia un rischio. Anzi, direi che questa scelta consolida il valore del suo posizionamento e quello dei brand a lui legati. Sinner è percepito come un testimonial autentico e affidabile. Le aziende oggi cercano esattamente questo: autenticità, coerenza, profondità. Un atleta che prende decisioni ponderate, anche impopolari, rappresenta un vantaggio competitivo. È un segno di responsabilità e consapevolezza che dà forza al suo brand personale.
Matteo De Angelis – Concordo pienamente. Il valore simbolico di Sinner non è minimamente intaccato, perché è per definizione un valore di lungo termine. Anche se potessero esserci oscillazioni di percezione nell’immediato, lo sport vive di risultati ed emozioni, e Sinner continuerà a regalarne molte. Il tennis va veloce e al prossimo successo ogni dubbio svanirà. Il suo valore simbolico, alla fine, è legato alla coerenza e alla capacità di restare fedele alla propria visione.
E gli appassionati sportivi non italiani? Come può essere interpretata questa decisione fuori dall’Italia?
Matteo De Angelis – Viviamo in una dimensione globale in cui la Coppa Davis, nel circuito ATP, non ha più il peso che aveva un tempo. Per molti giocatori di vertice è comprensibile risparmiare energie per concentrarsi sugli obiettivi individuali. Credo che all’estero la scelta di Sinner non desti scandalo: anzi, venga percepita come segno di professionalità. È normale che un tennista di altissimo livello, in lotta per tornare numero uno al mondo, faccia scelte strategiche per mantenere il proprio status.
Cesare Amatulli – Sì, credo che al di fuori dell’Italia la scelta di Sinner sarà letta come un segnale di professionalità e controllo. Nel mondo anglosassone, per esempio, viene apprezzata la capacità di gestire sé stessi e le proprie energie. All’estero Jannik rafforza l’immagine di un’Italia moderna, credibile e competitiva. Questa scelta, in continuità con la sua filosofia, può essere vista come espressione di leadership matura e visione di lungo periodo.
