Sinner ha detto no alla Coppa Davis, e le ragioni non sono difficili da intuire. Un calendario infinito, una stagione logorante, un fisico da proteggere, un futuro da costruire. Ma al netto di tutto questo il dubbio rimane: davvero non c’era alcuna possibilità di esserci, almeno per dare un segnale, un gesto simbolico? Non per vincere, ma almeno per esserci. Come ha fatto ad esempio Matteo Berrettini all’edizione del 2022, quando pur non potendo giocare era lì, a Malaga, a bordo campo per sostenere i suoi compagni di squadra, come tifoso. Perché in fondo la Davis non dovrebbe essere solo una data sul calendario, ma un modo di sentirsi parte di qualcosa che va oltre il ranking.
Noi di Tennis Open abbiamo sempre sostenuto il nostro numero uno, lo abbiamo difeso quando, nei momenti di difficoltà, sono riemersi i soliti detrattori, pronti a ruggire anacronisticamente dietro uno schermo. E siamo ancora fiduciosi che Jannik possa essere comunque lì, se non in campo, almeno tra i suoi compagni, come simbolo e tifoso. Perché ci riesce difficile immaginarlo lontano da Bologna. Come abbiamo fatto fatica a digerire il suo no all’incontro con Sergio Mattarella al Quirinale dopo la vittoria agli Australian Open, mesi fa, motivata con un “riposo” che suonava più come distanza che come una tregua.
La notizia pesa, perché quando un campione come lui, simbolo, trascinatore, punto di riferimento di un intero movimento, decide di non esserci, allora qualcosa dentro il tennis italiano vibra in modo diverso.
Qualche settimana fa, durante la presentazione del libro “Effetto Sinner”, abbiamo chiesto al direttore di SuperTennis, Livio D’Alessandro (uno degli ospiti), se una eventuale assenza dell’altotesino lo avrebbe danneggiato “in termini di italianità”, e la risposta fu chiara: “Non credo perché Sinner ha già dato tantissimo all’Italia”. Ed è vero, ha dato passione, speranza, orgoglio. Ha fatto vincere due Coppe Davis, ha reso il tennis popolare come non accadeva dai tempi di Panatta. Ma tutto questo non impedisce di sentire una punta di amarezza, un vuoto che non è solo sportivo.
Ma il caso Sinner, in fondo, riapre anche una questione più grande: il calendario ATP è ormai una macchina che non conosce soste. Tornei che si inseguono senza nessuna pausa reale. E in un tennis così la Davis finisce per diventare un lusso che pochi si possono permettere. Forse davvero, come suggerisce Bertolucci, andrebbe ripensata. Dovrebbe tornare a contare, anche in termini di punti ATP, per non restare un ricordo romantico in un mondo che misura tutto in ranking e montepremi.
Sinner tornerà, ne siamo certi. Lo farà con la stessa determinazione e umiltà che lo hanno reso ciò che è. Perché in fondo dietro quel “no” pensiamo non ci sia disamore, ma la fatica di un tennis che non lascia spazio al respiro e che chiede sempre di più, lasciando sempre meno tempo alla passione. E forse è proprio questa la verità più scomoda.
