Stefanos Tsitsipas a Wimbledon

7 Novembre 2025

Stefano Maffei

Che fine hanno fatto? Tsitsipas e la crisi dei tennisti nati negli anni ’90

All’inizio sembrava solo una questione di tempo. Il regno di Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic non poteva essere eterno, e quando le prime crepe si sono viste (un ginocchio che iniziava a scricchiolare, un addio che si avvicinava, un anno passato a inseguire la condizione) c’era un’intera generazione pronta a sedersi su quel trono.

Nati tra il 1990 e il 1999, cresciuti con i video degli highlights e preparatori atletici in maglietta tecnica, educati alla cura del corpo e all’ossessione dell’analisi. Dovevano essere la nuova élite. Una generazione fatta di rovesci scolpiti a una mano, di colpi come fossero pennellate, di frasi filosofiche nei post partita e mental coach dietro le quinte.

Al contrario, oggi, nel rumore di fondo dei tornei dominati dai ventenni, ci ritroviamo a chiedere: che fine hanno fatto? Per capirlo davvero bisogna tornare a Parigi, giugno 2021. Serve ricordare quel pomeriggio in cui Stefanos Tsitsipas stava per diventare re.

Parigi, la finale: il momento che doveva cambiare tutto

È una domenica che profuma di storia. Philippe Chatrier pieno, luce d’estate, quella vibrazione che percepisci solo quando sta nascendo una nuova era, o almeno credi che stia nascendo.

Tsitsipas gioca libero, curvo sul rovescio come su uno strumento musicale. Due set a zero contro Djokovic. Due set. Il padre lo guarda dall’angolo, la madre trattiene il respiro. Il pubblico si innamora della sua audacia, di quel modo aristocratico di toccare la palla, della calma che sembra finalmente suprema.

Poi arriva quel momento: lo sguardo di Djokovic che si indurisce, la postura che cambia, il ritmo che si stringe. Djokovic non urla, non festeggia, non mostra emozione. Si limita a decidere di risalire.

Lentamente, senza nemmeno accorgersene e come conseguenza naturale di tutto ciò che sta succedendo dall’altra parte del campo, Tsitsipas scivola fuori dalla partita. Non è solo una sconfitta: è un taglio nella trama del futuro. Non l’istante in cui nasce un campione, ma l’istante in cui scopri che diventarci è qualcosa di diverso da saper vincere due set.

Una generazione compressa tra due mondi

Quella ferita di Parigi è diventata metafora. Perché Tsitsipas non è solo Tsitsipas: è un simbolo di un’intera classe che ha vissuto la transizione più ingrata.

Hanno inseguito i Big Three troppo a lungo per prenderne il posto e quando finalmente lo spazio si è aperto, hanno trovato una nuova ondata pronta a mangiarsi il mondo: Carlos Alcaraz, Jannik Sinner, Holger Rune, Lorenzo Musetti e Ben Shelton.

Due pareti che si stringono. Una generazione compressa più che sconfitta.

Vienna, l’eco delle parole di Thiem

Ci sono immagini che pesano più dei risultati. Dominic Thiem davanti ai giornalisti, Vienna, autunno 2023, sguardo spento, ma dignitoso:

A volte la mano non risponde. È come se il mio corpo ricordasse chi ero, ma non riuscisse più a farlo”.

Non è rabbia, non è resa. È il dolore calmo di chi ha visto il proprio tennis svanire goccia dopo goccia, non per una caduta, ma per un logoramento quotidiano, quasi invisibile.

La sua carriera è un romanzo sulla fragilità: l’uomo che ha battuto Nadal proprio a Parigi, che ha sfidato Djokovic nelle notti di Londra, che ha vinto uno slam rimontando due set a Sascha Zverev. Ora segnato dalla frustrazione di non riconoscere più i propri colpi.

Non è solo fisico: è metafisico, quasi esistenziale.

Zverev e le partite che sfumano

Zverev ha camminato più volte lungo il corridoio che conduce alla gloria. Ha avuto due set di vantaggio allo US Open 2020, è arrivato a un soffio dal titolo, ha sentito la corona vicino alla testa. Come spesso gli accade, però, l’inerzia si è sciolta nella pressione. Non è un caso isolato: la sua carriera è piena di serate che sembravano preludio alla consacrazione e invece sono diventate parabole sospese.

Zverev ti lascia sempre il dubbio: non sai se è un campione che inciampa o un predestinato che non ha ancora trovato il proprio momento di gloria.

Il corpo come verità finale

La generazione nata negli anni ’90 ha vissuto il tennis più fisico di sempre. Una stagione lunga undici mesi, superfici che cambiano, viaggi continui, recupero che non basta mai, tecnologia che misura tutto, ma non consola nessuno.

Nel tennis moderno il corpo è confessione. Se una spalla cede, è la mente che vacilla. Se la mente vacilla, è una stagione che evapora.

Tsitsipas, Thiem, Zverev, ma anche l’ex numero 1 del mondo Daniil Medvedev (che ha raccolto più di tutti e che ancora prova a battersi con i giovani terribili): tutti, in modi diversi, stanno facendo i conti con il limite. Non solo quello fisico: quello del destino che pensavi fosse già scritto.

Il futuro come scelta

Forse la loro storia non è il racconto di una mancata rivoluzione. Forse è la storia più fragile, più umana, di uomini che hanno dovuto imparare che il tennis non è una linea ascendente, ma un’onda irregolare.

Tsitsipas può ancora reinventarsi, alleggerire il gioco, spostarlo su linee più pratiche, accettare che l’estetica non sempre coincide con la sopravvivenza sportiva.
Zverev può ancora diventare ciò che sembra sfiorare da anni. Medvedev può rimanere un enigma vincente anche quando il corpo gli parla in un’altra lingua.

Non sono scomparsi. Sono nel mezzo del guado e il tennis ama chi sa soffrire nella transizione.