Nel nuovo episodio de “Il punto di Corrado Barazzutti” l’ex capitano azzurro, con un editoriale dai toni netti, riaccende il dibattito sulla formula della Coppa Davis.
La Coppa Davis si è appena conclusa e come ogni anno arriva, puntuale, la domanda: «Ti piace l’attuale formula?». È un interrogativo ricorrente, ma la mia risposta resta sempre la stessa: no, questa formula non mi piace. E non per nostalgia del passato, ma semplicemente perché ritengo che abbia snaturato l’essenza stessa della competizione a squadre più prestigiosa del tennis.
La sede unica: una scelta che impoverisce il senso della Davis
Il primo punto critico è la sede unica. Concentrare la fase finale in una sola settimana e in un solo luogo, cancella di fatto uno degli elementi che restituivano alla Davis il suo fascino inconfondibile. Perché giocare per la propria nazione significa anche confrontarsi con il calore del pubblico di casa o con l’ostilità delle tifoserie avversarie.
Oggi, invece, sette squadre su otto giocano in campo neutro, davanti a spalti che si riempiono soltanto quando gioca la nazione ospitante. È accaduto per anni in Spagna. In una Davis così quando gioca la nazione ospitante, gli spalti si riempiono; quando in campo ci sono due squadre straniere, il pubblico è scarso o assente.
Il risultato è una manifestazione discontinua, fredda, slegata dai territori, priva di quell’atmosfera che rendeva ogni sfida un’esperienza unica. Gli stadi pieni ovunque, anche quando si giocava in un clima ostile, erano parte del fascino della Davis. Oggi non più.
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Match più brevi, impegno ridotto: la competitività ne risente
Il secondo grande cambiamento riguarda il formato delle partite. La Davis era sinonimo di maratone, di match al meglio dei cinque set spalmati su tre giorni, di singolaristi costretti a tornare in campo per il doppio. Era una prova durissima, fisica e mentale, che conferiva prestigio alla competizione. Oggi tutto è più rapido, più leggero, più “consumabile”. Due singolari e un doppio in un’unica giornata, incontri al meglio dei tre set, una Final 8 compressa in una settimana. Quest’anno, per esempio, l’Italia ha conquistato il titolo senza che i suoi doppisti scendessero mai in campo. Una situazione impensabile con il vecchio formato, che garantiva equilibrio e profondità tecnica.
Un tempo il formato tre su cinque e la programmazione su tre giorni mettevano alla prova i giocatori come in nessun’altra competizione: era normale passare 7-8 ore in campo in un weekend. Era questo a fare della Davis un banco di prova di altissimo prestigio. Per capirci: sarebbe come immaginare Wimbledon o il Roland Garros compressi in una settimana, con partite al meglio dei tre set. Non sarebbe più lo stesso torneo.
Il progetto Piqué: un’idea fallita
Questa trasformazione affonda le sue radici nel progetto di Gerard Piqué, che immaginava la Davis come una sorta di Mondiale del tennis. Un’operazione ambiziosa, sostenuta da un grande investimento economico, ma rivelatasi fallimentare. Dopo qualche anno, tra perdite pesanti e contenziosi ancora aperti, il progetto è stato di fatto abbandonato. La manifestazione è rimasta a Malaga per quattro anni, ora a Bologna grazie alla FITP, ma il dibattito sulla formula resta aperto e irrisolto. È chiaro che si cercheranno aggiustamenti, ma altrettanto evidente che la direzione presa è difficilmente reversibile.
L’illusione del prize money e la realtà dei giocatori top
Si è anche detto che questa modifica sarebbe servita ad attirare i giocatori più forti, alleggerendo il calendario e aumentando i premi in denaro. Ma è stata un’illusione. I campioni non scelgono la Davis in base ai soldi. Partecipano, oggi come ieri, solo se il calendario e la loro programmazione stagionale lo consente.
A Bologna tra i primi dieci al mondo c’era soltanto Zverev. Ma non è un segnale negativo: è semplicemente il risultato della loro programmazione. Anche in passato Federer, Wawrinka, Murray e tanti altri decidevano di giocare o non giocare in base alle proprie necessità stagionali. E quando scendevano in campo, lo facevano sempre onorando la maglia della propria nazione. E dire che i top evitassero la Davis perché era troppo impegnativa è semplicemente falso.
Si tornerà alla vecchia formula? No, e lo dico con realismo
La verità, che dobbiamo ammettere con realismo, è che la vecchia formula della Davis non tornerà più. Tre giorni di battaglie al meglio dei cinque set, casa e trasferta, i campi incendiati dal tifo: tutto questo appartiene a un’epoca che il tennis moderno considera troppo impegnativa. Eppure era proprio quella fatica, quella densità emotiva e sportiva, a rendere la Davis una manifestazione unica al mondo. È per questo che oggi la percepisco impoverita, meno vibrante, meno identitaria. Si discuterà ancora di possibili aggiustamenti, ma è evidente che si è imboccata una strada senza ritorno.
Il valore della Davis, però, resta intatto
C’è però un aspetto che nessuna riforma potrà cancellare: il valore simbolico della Davis per i giocatori. lo spirito con cui un giocatore indossa la maglia della sua nazione resta intatto. E continuerà a guidare le loro scelte, indipendentemente dalla formula.: decideranno di scendere in campo oppure no in base alla loro programmazione, esattamente come accadeva prima.
La Davis dunque è cambiata, forse per sempre. Ma finché resisterà, pur trasformata, questa manifestazione continuerà ad avere un significato profondo. Anche se non è più la Davis di una volta.