Holger Rune ripartirà nel 2026 dopo un percorso lungo e delicato. A spiegarlo è Marco Panichi, storico preparatore atletico di Novak Djokovic e oggi al fianco del danese che, a JLM Podcast (curato da Jacopo Lo Monaco) ha delineato quadro clinico, prospettive e limiti attuali del numero uno danese.
«La sua è stata una rottura totale del tendine d’Achille» chiarisce Panichi. «La finestra di recupero è intorno ai sei mesi. Ora è a Doha in una clinica specializzata e ci ritroveremo a Montecarlo. Non vogliamo correre: meglio perdere un mese oggi che rischiare tra un anno. Probabile un rientro sul cemento estivo, più sicuro dell’erba».
Accanto ai tempi, c’è una lettura tecnica e caratteriale molto precisa: «Fisicamente è forse l’atleta più forte che abbia mai allenato. Ha potenza, esplosività, tocco. Ma il suo tennis è stato spesso un puzzle sparso: nei momenti chiave alterna scelte troppo rischiose ad altre troppo conservative. Serve una identità di gioco stabile, qualcosa che rifletta davvero chi è».
E sulla persona, Panichi smentisce l’immagine impulsiva: «Fuori dal campo è sorprendentemente riflessivo, pensa molto, ascolta. È la gestione emotiva nei match che va ancora calibrata: le aspettative altissime lo hanno caricato presto. Ma ha voglia di imparare».
“Con Djokovic un’università di 7 anni”
Dalla nuova sfida al passato con Djokovic, Panichi torna più volte sull’esperienza che gli ha segnato la carriera.
«Con Nole sono stati sette anni di università. È l’atleta più maniacale che abbia visto: dopo ogni match, anche finendo alle due di notte, facevamo due ore di recupero. Cercava sempre il famoso ‘+1’ in tutto». La gestione in panchina non era semplice: «Novak deve tirare fuori il suo spirito di guerriero. Bisogna capire quando accenderlo, quando calmarlo. Ci sono frasi codificate che usavamo per farlo entrare nel mood giusto».
Dall’atletica a Helios Ostia
Prima dei top player, Panichi arriva al tennis quasi per caso. Nasce come saltatore in lungo, e da bambino si innamora del tennis guardando Panatta e la Davis del ’76. Il passaggio avviene a Ostia: «Il capo allenatore dei lanci delle Fiamme Gialle mi vedeva lavorare con i bimbi dell’atletica e mi disse ‘perché non vieni ad aiutare i ragazzini del tennis?’ Io non avevo mai giocato, ma lo amavo. È stato amore a prima vista. Da lì non ho più smesso».
Al circolo Helios di Ostia, con maestri come Giampaolo Coppo e Sergio Di Francesco, inizia prima nella scuola, poi nel settore agonistico. Poi arrivano le esperienze internazionali, con Claudio Pistolesi a Bergamo (Smashnova, Sávolt, ecc.); l’accademia Sánchez-Casal; il periodo a Bradenton con Hantuchová e Bollettieri.
«Non parlo di tecnica ai miei giocatori. Però, dopo 40 anni accanto a grandi coach, ho sviluppato un occhio biomeccanico. A Djokovic suggerivo piccoli aggiustamenti solo per migliorare l’efficienza del gesto».
“Fiducia, sincerità, dialogo”: così inizia ogni rapporto
Il primo vero test non è fisico, ma umano. «I miei tre pilastri sono fiducia, sincerità e dialogo. La conoscenza serve, ma se non sai comunicarla non arriva. Passiamo tutto il giorno insieme: è impossibile bleffare. Se la comunicazione si chiude, si chiude tutto».
Il messaggio ai giovani preparatori è semplice: «Investite più tempo su come comunicare. Serve empatia, capire in che stato emotivo è il giocatore in quel momento e adattare il messaggio. È parte fondamentale del lavoro».
Preparazione atletica, ieri e oggi
Negli ultimi quarant’anni, il lavoro del preparatore atletico è cambiato. Panichi lo spiega partendo proprio dal confronto con il passato, quando sedute come le ripetute sui mille metri erano la norma. «Non demonizzo nulla di quello che si faceva allora» premette. «Tutti i mezzi di allenamento sono validi: semplicemente, non esiste un metodo universale. Ogni giocatore ha esigenze diverse, e anche preferenze diverse su ciò che ama o non ama fare. Nole ad esempio aveva bisogno anche di corsa lunga, 40–50 minuti allo stesso ritmo, perfino in prossimità dei match. A molti sembra anacronistico, ma per lui era fondamentale, anche mentalmente».
Il grande cambiamento è arrivato grazie alla scienza: «Oggi invece possiamo testare e capire con precisione il modello prestativo del tennista e di quella specifica persona. Prima si faceva un lavoro molto globale per prendere tutto; ora possiamo essere molto più mirati, andare dritti al punto». Ma anche il calendario ha trasformato le abitudini: «Ai tempi si andava a fare un satellite, poi si tornava 15–20 giorni al circolo e si potevano fare i richiami. Oggi si gioca molto di più, e se il tuo giocatore vince, i tempi si riducono ancora. Devi sapere come cucire addosso al tuo atleta la preparazione, spesso in spazi molto più stretti».
Warm-up, defaticamento e il messaggio ai giovani (e agli over 40)
Nel finale, Panichi lancia anche un messaggio che riguarda tanto i professionisti quanto i giocatori da circolo. «Warm-up e defaticamento sono obbligatori, non opzionali. Il corpo è una macchina: nessuno partirebbe a tavoletta con un’auto gelata. Il defaticamento, specie dopo partite e allenamenti intensi, dovrebbe durare almeno mezz’ora, con esercizi di riequilibrio posturale. È ciò che evita infortuni e ti permette di giocare meglio».
Un tempo minimo? «Non c’è una regola fissa, ma diciamo che mezz’ora di defaticamento dopo un allenamento o una partita intensa sarebbe l’ideale. Poi si può anche contrattare, ma almeno 10–15 minuti seri bisognerebbe farli».
Sguardo al passato (e alla Roma)
Tra i giocatori del passato con cui avrebbe voluto lavorare cita Johan Kriek, Lendl e Barazzutti, affascinato dai profili fisici già moderni per l’epoca.
Da tifoso romanista segue ogni partita, spesso registrata e senza sapere il risultato: «Mi ha colpito molto Manu Koné, e in questa stagione anche Svilar, fondamentale con le sue parate. Sorprese positive come Celik e la crescita offensiva di Mancini sono segnali di un gruppo organizzato».