Negli ultimi vent’anni il rovescio a una mano è stato progressivamente messo in discussione. Media, telecronisti ed esperti hanno spesso sottolineato i suoi limiti rispetto al rovescio a due mani, soprattutto in risposta al servizio e sulle superfici più rapide. Da qui è nato un dibattito: il rovescio a una mano ha ancora spazio nel tennis moderno o è destinato a scomparire?
Se ne è parlato molto, recentemente nel caso di Lorenzo Musetti. Quando non stava giocando bene e perdeva, i commenti erano quasi sempre negativi e puntavano l’attenzione sulla difficoltà di rispondere alle palle cariche di kick al servizio piuttosto che alla velocità elevata della palla dovuta alla superficie del campo, o semplicemente al fatto che con una mano si ha meno forza.
Per un certo periodo questo argomento è diventato quasi un tormentone fastidioso, diventando tema di dibattito. Perché oggi la maggior parte dei tennisti professionisti utilizza il rovescio a due mani rispetto al passato? È davvero sempre vantaggioso giocare il rovescio a due mani?
Intanto diciamo che il rovescio a due mani non è affatto una novità. Sin dai tempi di Nicola Pietrangeli si vedevano esempi di questo colpo. Pancho Segura giocava addirittura sia il diritto sia il rovescio a due mani. Anche Beppe Merlo, fortissimo giocatore italiano, utilizzava il rovescio bimane. Cliff Drysdale, elegante giocatore sudafricano, e McMillan, anche lui sudafricano, ne facevano uso.
Arrivando agli anni Settanta il rovescio a due mani comincia a diffondersi sempre di più, sia tra i giocatori sia tra le giocatrici. Sono gli anni di Jimmy Connors, Chris Evert, Harold Solomon, Eddie Dibbs, Guillermo Vilas e successivamente di Mayer, tutti giocatori che utilizzavano il rovescio a due mani.
Poi arriva la scuola svedese con Björn Borg e Mats Wilander, che a mio avviso ha dato una spinta decisiva in questa direzione. In pratica, dalla fine degli anni Ottanta, il rovescio a due mani dilaga nel circuito professionistico e in tutte le scuole tennis. Mentre il classico rovescio a una mano veniva di fatto abbandonato come metodo di insegnamento.
E questo avviene in parte perché ormai nel tennis professionistico quasi tutti usavano il rovescio a due mani, ma anche perché era più semplice da insegnare e soprattutto più facile da imparare nella fase iniziale. I bambini cominciavano a giocare a tennis intorno ai cinque o sei anni e, avendo poca forza, con due mani e due braccia riuscivano a gestire meglio la racchetta per colpire la palla.
Arrivando ai giorni nostri, di rovesci a una mano se ne vedono pochi. Ma attenzione, pochi ma buoni. Basti pensare al rovescio di Roger Federer, a quello di Stan Wawrinka, a quello di Denis Shapovalov e allo stesso Musetti, tanto criticato per un periodo da alcuni esperti e commentatori televisivi, ma poi considerato da tutta la stampa mondiale uno dei più bei rovesci del circuito.
Per concludere, quindi, è meglio il rovescio a una mano o quello a due mani? In generale, probabilmente, il rovescio a due mani offre più solidità ed è più adatto al tennis moderno. Ma per informazione va detto anche che un giovanissimo Pete Sampras, a un certo punto della sua carriera, decise di cambiare il suo rovescio da due mani a una. E divenne senza problemi uno dei giocatori più forti di tutti i tempi.
Dunque, una mano o due mani? Alla fine, la cosa più importante è una sola: che sia un grande rovescio. È l’unica cosa che conta.