“La Coppa Davis è la settimana più bella dell’anno e vestire la maglia dell’Italia era da sempre un sogno”.
Basta questa frase per raccontare il legame tra Andrea Vavassori e la Nazionale. Due Coppe Davis vinte, una carriera costruita con scelte ponderate e una visione lucida sul presente e sul futuro del tennis.
Con Wave, come lo chiamano gli amici, abbiamo fatto una lunga chiacchierata parlando di squadra, doppio, format della Davis, dei papabili giocatori pronti a scalfire il duopolio Sinner-Alcaraz. Facendo anche un salto indietro nel tempo, tornando ad Andrea bambino e ai suoi esordi.
Vavassori è una persona che colpisce per equilibrio e profondità di pensiero, qualità che lo hanno portato anche a entrare a far parte del board ATP (è uno dei 10 giocatori rappresentanti del Consiglio consultivo). Lo abbiamo conosciuto personalmente a Parigi nel 2023, al Roland Garros, dopo uno dei match più incredibili di quella stagione: un primo turno contro Miomir Kecmanović durato oltre cinque ore. Si giocava sul campo numero 8, accanto al Suzanne Lenglen, in un campo con due piccoli spalti laterali che, punto dopo punto, si riempivano di appassionati. Fu una battaglia estenuante, vinta dall’azzurro per resilienza e tenacia al quinto set, dopo quattro match point annullati e tre tie-break ad altissima tensione, sotto gli occhi del papà-coach.
Quel risultato lo ha proiettato al suo miglior ranking in singolare. Da lì in avanti tanta strada, in crescita, con best ranking in doppio nel 2024 (n.6), tre slam vinti nel doppio misto e ben due Coppe Davis conquistate con l’Italia.
“Da quella partita pazzesca con Kezmanovic – racconta – c’è stato un periodo in cui ero molto competitivo in doppio ma continuavo a giocare tanti Challenger anche in singolare. Ero sempre lì, a decidere cosa fare”.
In effetti Vavassori non è mai stato un giocatore facilmente etichettabile, né singolarista puro né doppista di passaggio. La svolta arriva nell’estate 2023, ci spiega, con l’incontro sportivo con Simone Bolelli e con la finale Slam a Melbourne, un risultato che cambia programmazione e prospettive.
“Era l’anno delle Olimpiadi, tenevo tantissimo alle Finals di Torino e volevo far parte della squadra di Coppa Davis. Oggi, con i singolaristi che abbiamo, per entrarci devi essere una coppia di doppio fortissima. Così ho scelto di spingere di più sul doppio ed è stata una scelta vincente: finali Slam, titoli e la consapevolezza di poter raggiungere livelli altissimi”.
Cosa significa per te la Coppa Davis?
Vestire la maglia dell’Italia era un sogno. Amo le competizioni a squadra, da sempre: nei tornei giovanili, in Serie A con il circolo. Far parte della Davis è stato un obiettivo diventato realtà.
Uno degli aspetti che colpiscono è la compattezza del gruppo. Quanto conta il clima che si è creato nello spogliatoio?
Conta tantissimo. Siamo una squadra molto energica. Forse Bolelli è il più calmo e il più maturo di tutti, ma in generale siamo tutti molto intensi. Io, Sonego, Berrettini, Cobolli… siamo persone che amano stare in squadra. La sera giocavamo alla PlayStation, sfide su sfide. Ci prendiamo in giro, scherziamo anche durante il giorno. Sono momenti che fanno gruppo.
E tu che ruolo senti di avere all’interno del gruppo: sei più mediatore, motivatore, ascoltatore?
Mi piace motivare. Io e Berrettini siamo due ‘ultras’: quando siamo in panchina ci sentono. È bello perché in questo siamo molto simili e si crea un’energia positiva continua. Stiamo talmente bene in gruppo che dicevamo come sarebbe bello fare anche una vacanza tutti insieme. A livello umano c’è davvero qualcosa di speciale.
Nei momenti difficili chi tiene alto l’umore?
In realtà lo facciamo un po’ tutti. È una cosa naturale. Non c’è uno che pensa solo a se stesso: siamo tutte persone a cui piace fare il tifo per l’altro. Ci sono altre nazioni che quasi ci invidiano. Pensa che durante l’anno, nei tornei, capita che ci troviamo in tanti, anche 15 o 20 persone tra giocatori e staff, e passiamo le serate insieme. In Cina, a Shanghai e Pechino, ci siamo ritrovati a giocare tutti insieme al gioco di ruolo Lupus in Fabula, morivamo dalle risate, mentre gli altri ci guardavano increduli perché, dicevano, non c’è nessun’altra nazione che lo fa.
Parliamo dell’attuale format della Coppa davis, molto spesso criticato. Era meglio una formula spalmata su 5 incontri?
Forse tre match per ogni tie sono pochi. La vittoria dell’Italia per tre anni di fila ha rappresentato un traguardo incredibile anche per questo motivo, perché con l’attuale formula basta perdere un singolo per mettere tutto in discussione e far diventare decisivo il doppio. Quindi puoi anche essere la squadra favorita e perdere comunque. Mentre prima, su cinque incontri, difficilmente una squadra fortissima perdeva se arrivava schierata al completo.
Come vedi invece l’ipotesi di una Davis ogni due anni?
Dipende. Avrebbe senso solo con un cambio radicale del format, tornando al casa – fuori casa e al fattore campo. In quel caso, spalmare la competizione su due anni potrebbe essere una buona idea. Farlo invece con l’attuale formula non avrebbe molto senso.
Capitolo “doppio”, cosa bisognerebbe cambiare secondo te per far crescere il suo seguito nel circuito?
Guarda, io penso che il doppio sia vendibile già adesso, soprattutto alle nuove generazioni: è veloce, ci sono tanti highlights, tanti punti spettacolari. Il problema non è il gioco in sé, ma far conoscere meglio i doppisti specialisti. Se non presenti un prodotto al pubblico, non lo venderai mai.
L’esperienza degli US Open, in questo senso, è stata significativa.
Sì, è stato uno dei momenti più belli della stagione. All’inizio i doppisti erano un po’ messi da parte e non era scontato partecipare: noi abbiamo dovuto far sentire la nostra voce, anche sui social. Però giocare una finale di doppio misto in serale sull’Arthur Ashe, davanti a 20.000 persone, è qualcosa di incredibile. C’era un’atmosfera pazzesca, anche a livello di visibilità e marketing.
Quello può essere quindi un modello per il futuro del doppio?
Secondo me sì. Alla fine quel formato ha funzionato perché ha dato grande visibilità al doppio e ai doppisti. È una cosa su cui cerco di spingere anch’io: il doppio ha bisogno di essere raccontato meglio. Ovviamente ci sono anche aspetti da migliorare, come i criteri di accesso, che dovrebbero essere più meritocratici per le coppie più forti.
Com’è oggi il livello del doppio rispetto al passato?
Il livello si è alzato. Con l’aumento dei prize money molti giocatori hanno capito che si può fare una grande carriera anche in doppio e la specializzazione è cresciuta molto. Oggi ci sono giocatori che scelgono il doppio molto giovani o che arrivano dal college già pronti per il circuito. Prima veniva scelto anche per convenienza economica, come è accaduto a me. Vengo da una famiglia normale e per me il doppio è stato anche un modo per guadagnare prima. I tornei ATP, anche a livello di doppio, sono un altro mondo rispetto ai Challenger: per anni, giocando solo Challenger, si arrivava quasi a pari con il bilancio di fine anno.
Guardando invece al 2026 la tua programmazione da singolarista resterà in secondo piano?
Io mi alleno sempre in maniera completa, da atleta a 360 gradi e se dovessi giocare un singolo domani sarei pronto. Ma oggi è soprattutto una questione di programmazione. I Masters 1000 a due settimane hanno complicato le cose: prima potevo fare un 1000 e poi un Challenger, ora se esci presto rischi di restare fermo a lungo. Capisco che questo sistema aiuti molti giocatori tra la 50ª e la 150ª posizione, quindi ci sono pro e contro. Il singolare resta in secondo piano, ma se capitano le settimane giuste lo farò. Sul doppio, invece, gli obiettivi sono molto alti, e anche nel misto con Sara ci divertiamo e vogliamo continuare a spingere.
Su cosa stai lavorando per fare un salto ulteriore?
Servizio e risposta. Nel doppio moderno devi essere una macchina al servizio e rispondere il più possibile. Poi rete, incisività da fondo campo, e fisicamente essere atleti, esplosivi, con buona tenuta fisica anche negli scambi un pochino più lunghi.
Tra i giovani rampanti del circuito, chi vedi come possibile “terzo incomodo” nel duopolio Sinner–Alcaraz? Nella sua rubrica settimanale per Tennis Open, Corrado Barazzutti ha messo in fila i possibili contendenti da Mensik a Fonseca…
Non so se succederà davvero, Sinner e Alcaraz sono su livelli altissimi. Magari qualcuno può inserirsi, ma un “terzo incomodo” vero è difficile. Fonseca mi piace molto e lo vedo bene, anche se è ancora indietro rispetto a loro. Sarà interessante vedere la sua stagione e anche la gestione degli infortuni. Anche Mensik gioca molto bene, però lo vedo ancora troppo poco costante per poter dare fastidio a quei due lì. Sarà molto interessante vedere Fonseca quest’anno. Io, dopo averlo visto giocare due anni fa, avevo detto che sarebbe diventato top 30 nel 2025 e top 10 nel 2026. Finora ho indovinato la prima previsione, vedremo se avrò ragione o no nella seconda.
Proviamo a fare un passo indietro nel tempo, a quale età hai iniziato a giocare?
Tre o quattro anni. Ho una foto piccolissimo con mio padre. Mio nonno aveva costruito un campo in cemento (poi erba sintetica) dove giocavamo con mio padre: era un punto di riferimento del quartiere. Poi a sei anni ho iniziato al Tennis Club Monviso di Grugliasco, dove ho fatto le amicizie più belle, che ho ancora oggi. A 16 anni poi mi sono trasferito a Pinerolo, dove vivo tuttora. E ho iniziato davvero a viaggiare da professionista a 19 anni.
Papà coach e figlio atleta: qual è la chiave perché funzioni?
Dipende da come sei cresciuto e dal rapporto. Io e mio padre abbiamo sempre avuto un bellissimo rapporto, che si è rafforzato. Ogni tanto ci sono screzi, da un padre accetti le cose diversamente rispetto a un coach esterno. Però bisogna essere bravi a resettare quando esci dal campo e non portarla a casa. Noi non accumuliamo: ci arrabbiamo, ma abbiamo poi la capacità e la fortuna di fare pace in fretta. È un modo sano di vivere il rapporto.
Quanto è importante far capire ai giovani che anche un percorso di studio e crescita ‘tradizionale’ può portare lontano?
Ogni percorso è diverso. La cosa bella che forse posso passare a una nuova generazione è il fatto che non bisogna per forza essere dei fenomeni per arrivare comunque a fare delle belle cose. Anche il fatto che io sia uscito tardi, che abbia fatto una scuola normale, può essere comunque l’ispirazione di altri ragazzi che magari hanno fatto un percorso di studio normale, e che allo stesso tempo vogliono raggiungere determinati risultati.
Una domanda più filosofica per concludere: cosa ti ha insegnato il tennis per la vita?
La disciplina. Ogni giorno una piccola goccia ti migliora. In allenamento porto intensità anche quando non ne ho voglia e quella mentalità poi te la porti nella vita di tutti i giorni.
E gli errori?
A volte li accusi, ma devi andare avanti. Alcune sconfitte sono dure, come una finale Slam persa. Però poi, quando è successo, siamo andati a Rotterdam e abbiamo vinto: questo ti insegna a rialzarti e a imparare a gestire meglio la prossima volta.