L’Australian Open 2026 si è ormai concluso da qualche giorno, ma sono ancora tanti i dibattiti aperti attorno al primo Slam stagionale. Per il quanto riguarda il tennis italiano, in cima alla lista degli argomenti più chiacchierati c’è ovviamente la sconfitta di Jannik Sinner in semifinale contro Novak Djokovic. Una sconfitta, lo ricordiamo, maturata al quinto set col punteggio di 3-6, 6-3, 4-6, 6-4, 6-4 in favore del serbo, dopo oltre quattro ore di battaglia (4 h e 12 minuti).
Le due correnti di pensiero
In tale contesto, le correnti di pensiero sono due. Una accorpa coloro che ritengono il parziale decisivo il tallone d’Achille della punta di diamante nostrana, evidenziando un presunto “handicap” fisico e mentale dell’azzurro rispetto ai principali contendenti. All’altra appartengono invece quelli che, sostanzialmente, hanno visto uno Jannik fuori forma a Melbourne e sono convinti che, in condizioni normali, l’esito della sfida sarebbe stato sicuramente diverso. Dov’è la verità ? Intanto, cominciamo a dare un’occhiata a qualche numero.
Sinner e il quinto set, cosa dicono i numeri
I freddi numeri ci raccontano che il totale dei match giocati da Sinner al quinto set è di 17 partite. Il bilancio complessivo è di sole 6 vittorie a fronte di 11 sconfitte. Un bilancio che diventa ancora più sfavorevole se ci si sofferma sul dato relativo alla durata: dei 9 incontri durati almeno 3 ore e 50 minuti, il classe 2001 di San Candido non ne ha conquistato nemmeno uno.
Cosa ne pensiamo? Noi ci posizioniamo nella terra di mezzo. Non per comodità o perché, spesso e volentieri, la verità sta sempre a metà strada. È chiaro che lo score di Jannik qualche riflessione debba suscitarla, così come qualche analisi. Ma è altrettanto vero che determinate statistiche andrebbero lette a distanza di anni rispetto al momento della consacrazione raggiunta dall’azzurro ad inizio 2024.
Nel secondo caso, soltanto il tempo – anzi, il campo – potrà dare una risposta definitiva alla querelle creatasi tra appassionati ed addetti ai lavori. Nel primo, invece, qualcosa già è possibile dirla. Ad esempio che, al netto delle batoste incassate allo US Open nel 2022 e lo scorso anno al Roland Garros e allo US Open (tutte e tre contro Alcaraz), non si era mai visto un Sinner tanto rabbuiato dopo la sconfitta.
Gli aspetti su cui lavorare
A nostro parere, se il passato insegna qualcosa, la tristezza di Jannik è un ottimo segnale, perché ha sempre dimostrato di saper reagire e di saper trovare il modo di tornare sulla cresta dell’onda. Dall’altra parte, però, come negli anni e nei mesi scorsi, il tentativo di reazione richiederà un lavoro particolare sugli aspetti negativi che anche il suo staff avrà sottolineato con la matita blu.
In primis la poca lucidità sulle palle break: Sinner ne ha concretizzate soltanto 2 su 18 nella sfida contro Nole, un dato che stride in maniera pesantissima coi 72 vincenti realizzati (contro i 46 messi a segno dall’ex numero uno al mondo) durante la gara e con la proverbiale freddezza palesata dal tirolese in tantissime altre occasioni. Fargli tornare gli “occhi della tigre” sarà il primo obiettivo di Vagnozzi e Cahill, ma non l’unico. L’altro sarà quello di concentrarsi sulla prevenzione ad alcune situazioni abbastanza poco chiare: come mai Jannik è arrivato – perché è così – all’Australian Open in uno stato di forma non ottimale? Su questo versante non abbiamo competenze, dunque confidiamo nel nutrito team di esperti al suo seguito. Per quanto concerne invece la questione delle palle break, non vorremmo che dietro le chance mancate ci sia anche un pizzico di eccessiva rilassatezza (o appagamento), ma anche in questo caso siamo sicuri che l’azzurro – scottato – saprebbe presto ritrovare le motivazioni.
Anzi, ci mettiamo la mano sul fuoco che lo farà . Del resto, vincendo il Roland Garros completerebbe anche lui il Career Grand Slam. Un traguardo mica da gente qualsiasi. E tutti siamo abituati a commentare le gesta di un ragazzo che ha riscritto la storia, e non solo del tennis italiano.