Novak Djokovic guarda Jannik Sinner e vede qualcosa di familiare. Non soltanto nel tennis, nei movimenti o nella capacità di trasformare la difesa in attacco. Il punto di contatto più profondo, secondo il campione serbo, è nella testa: quella fame che spinge a cercare continuamente qualcosa in più, anche quando si è già arrivati in cima.
In una lunga intervista concessa al Corriere della Sera in occasione dell’uscita del docu-film “Il lupo d’inverno”, Djokovic ripercorre la propria storia e parla anche del campione italiano. E il ritratto che ne traccia è probabilmente uno dei complimenti più importanti che Sinner possa ricevere da un giocatore della sua generazione. «Mi rivedo in Sinner», ammette il 24 volte campione Slam.
Djokovic e Sinner, dalle montagne alla vetta del tennis
Le somiglianze, secondo Nole, cominciano molto prima dell’ingresso su un campo da tennis. Entrambi sono cresciuti in montagna ed entrambi, da bambini, hanno avuto un rapporto importante con lo sci. Un dettaglio che potrebbe sembrare marginale e che invece, secondo Djokovic, ha contribuito alla loro formazione atletica. Lo sci sviluppa elasticità, equilibrio, coordinazione e soprattutto quella particolare capacità di scivolare e controllare il corpo che nel tennis moderno può diventare un vantaggio enorme.
Ma le analogie non si fermano alla componente atletica. Sia Djokovic sia Sinner hanno lasciato presto casa per inseguire il proprio sogno sportivo, imparando molto giovani a convivere con sacrifici, distanze e responsabilità. Ed è soprattutto osservando il modo in cui Jannik vive il tennis che Djokovic riconosce se stesso.
Per il serbo non si tratta di ossessione per il risultato, quanto di dedizione totale. Sinner continua a cercare margini di miglioramento anche dopo essere diventato una forza dominante del circuito: vuole crescere, evolversi, diventare ogni giorno un giocatore migliore. È proprio questo atteggiamento, agli occhi di Djokovic, a identificare la mentalità del campione. La vittoria non chiude il percorso, ma apre immediatamente quello successivo. Una caratteristica che Nole conosce bene: nemmeno i suoi 24 titoli dello Slam sono riusciti a spegnere quella fame.
I consigli dati a Sinner: «Non mi pento di averlo aiutato»
C’è poi un particolare che rende il rapporto tra i due ancora più interessante. Quando Sinner era ancora un giovane talento in costruzione, Riccardo Piatti e successivamente Darren Cahill si rivolsero a Djokovic per raccogliere indicazioni e consigli utili alla crescita dell’italiano. Nole decise di condividere ciò che aveva osservato, anche se quel ragazzo sarebbe potuto diventare — come poi è successo — uno dei suoi principali avversari.
A distanza di anni, Djokovic non considera quella disponibilità un errore. Il serbo aveva già scherzato recentemente sull’argomento, ricordando di aver fornito indicazioni sui punti di forza e sulle debolezze di Jannik per poi ritrovarselo dall’altra parte della rete, capace di batterlo ripetutamente.
Ma quando il discorso diventa serio, la risposta cambia completamente: non si pente di averlo aiutato. Per Djokovic è stata semplicemente una questione di coerenza con il proprio modo di essere. Se qualcuno gli chiedeva un consiglio e lui poteva essere utile, non vedeva una ragione per tirarsi indietro. Una scelta che assume oggi un significato particolare, considerando quanto Sinner sia diventato centrale negli ultimi anni della carriera del campione serbo.
«Il tennis è brutale»
L’intervista offre anche uno sguardo sul Djokovic di oggi, alle prese a 39 anni con un corpo inevitabilmente diverso da quello che gli ha permesso per quasi due decenni di dominare il circuito. Nole definisce il tennis uno sport spietato e brutale.
A differenza degli sport di squadra, infatti, un tennista non può essere sostituito quando attraversa un momento negativo. Non esistono compagni ai quali affidarsi né la possibilità di uscire qualche minuto e poi rientrare. In campo si è soli e una giornata sbagliata può significare eliminazione. Da qui nasce anche una delle battute più divertenti dell’intervista.
Quando qualcuno lo paragona a Lionel Messi, Djokovic risponde scherzando che gli piacerebbe davvero esserlo: a 39 anni, almeno, potrebbe limitarsi a giocare per 90 minuti. Dietro l’ironia, però, c’è uno dei grandi temi dell’ultima fase della sua carriera. Djokovic continua a pretendere moltissimo da se stesso, ma deve fare i conti con un tennis sempre più fisico e con avversari come Sinner e Carlos Alcaraz che appartengono a un’altra generazione.
La disciplina come segreto della longevità
Per spiegare come sia riuscito a restare competitivo così a lungo, Djokovic torna su uno dei concetti che hanno accompagnato tutta la sua carriera: ogni dettaglio conta. Alimentazione, sonno, respirazione, pensiero, allenamento e recupero fanno parte dello stesso sistema. La prestazione non comincia quando l’arbitro pronuncia “play”, ma molto prima. Alla base di tutto c’è la disciplina.
La filosofia del serbo è semplice: fermarsi significa, in qualche modo, arretrare. Il talento accumulato negli anni non è sufficiente se non viene continuamente affinato e accompagnato dalla ricerca di nuove soluzioni. È forse qui che il parallelismo con Sinner diventa più interessante.
Djokovic non vede nell’italiano semplicemente un giocatore che possiede colpi simili ai suoi. Riconosce soprattutto un metodo. La convinzione che ciò che ha funzionato ieri non garantisca nulla domani e che persino una vittoria possa diventare immediatamente il punto di partenza per un nuovo miglioramento.
Dalla guerra di Belgrado alla mentalità del “guerriero”
Nel racconto di Djokovic c’è inevitabilmente anche la sua infanzia. Il serbo torna agli anni della guerra e ai bombardamenti su Belgrado, vissuti quando era ancora bambino. Esperienze che considera decisive nella formazione del proprio carattere e di quella capacità di resistere che avrebbe poi trasferito sul campo da tennis.
Djokovic parla dell’“inat”, concetto profondamente legato alla cultura balcanica e difficile da tradurre con una sola parola: una combinazione di orgoglio, ostinazione e ribellione davanti alle difficoltà. Da quella storia nasce il giocatore che per anni ha rifiutato di considerare persa una partita finché non fosse terminato l’ultimo punto. Il passato, spiega, non gli lascia risentimento. Al contrario, le difficoltà attraversate sono diventate parte del percorso che gli ha consentito di costruire la vita e la carriera che ha avuto.