5 Novembre 2025

Stefano Maffei

La lezione di Stan Wawrinka, il rovescio perfetto che sfida il passare del tempo

A quarant’anni (compiuti a fine marzo), il corpo di Stan Wawrinka non è più quello di una volta. Le ginocchia portano cicatrici di battaglie lontane, le partite durano un po’ meno, i recuperi un po’ di più. Eppure, Wawrinka continua a giocare. Non per il ranking, non per la gloria, ma per una forma di necessità interiore. «Il tennis è tennis dappertutto», ha detto di recente, dopo aver accettato una wildcard in un Challenger di provincia. È una frase semplice, quasi banale, ma che suona come una confessione: il tennis non è solo vittorie e stadi pieni. È l’atto stesso di esserci, di continuare a fare ciò che ti definisce.

L’ombra lunga di Federer

All’inizio, la storia di Wawrinka è quella di un ragazzo che cresce nell’ombra più grande che possa esistere per un tennista svizzero: Roger Federer. C’è chi avrebbe potuto sentirsi schiacciato da quel paragone costante, da quella luce che illumina tutto e lascia poco spazio agli altri. Stan, invece, ha costruito la propria strada con un passo diverso, più lento, più silenzioso.

Per anni è stato l’altro svizzero, quello che lavorava tanto, ma non arrivava mai fino in fondo. Ci sono voluti anni di sconfitte, di allenamenti solitari, di partite perse al quinto set per trasformare quella frustrazione in una forza nuova. Quando nel 2014 vinse l’Australian Open, battendo Nadal in finale, non fu solo un titolo: fu una liberazione. La vittoria di chi ha imparato a non paragonarsi più a nessuno.

Il rovescio e la verità

Se c’è un gesto che racconta Wawrinka meglio di qualsiasi parola, è il suo rovescio a una mano. Quel movimento ampio e quasi anacronistico nel tennis contemporaneo, una frustata che esplode in diagonale e disegna traiettorie impossibili. È un colpo che sembra appartenere a un’altra epoca, ma che nelle sue mani diventa attuale, violento, preciso.

Il rovescio di Wawrinka è una metafora della sua carriera: un gesto controcorrente, difficile, ma tremendamente autentico. Non c’è economia, non c’è risparmio di energia. È un colpo che chiede tutto, ogni volta. Forse per questo è così bello da vedere: perché dietro c’è sempre la possibilità dell’errore, la fragilità di chi si espone completamente.

Tecnica e volontà, nel suo caso, non si separano mai. Wawrinka non ha il talento fluido di Federer né la costanza marziana di Djokovic. Ha un tennis di potenza e rischio, fatto di accelerazioni brutali e di momenti in cui il controllo sembra un’idea lontana. Proprio lì, però, in quel margine sottile tra dominio e caos, Stan ha costruito la sua grandezza.

I giorni della gloria

Ci sono momenti in cui la carriera di Wawrinka si è accesa come una fiamma improvvisa. L’Australian Open del 2014, il Roland Garros del 2015, lo US Open del 2016: tre slam in tre anni, ognuno con una storia diversa, ognuno conquistato battendo un numero uno del mondo. Nadal, Djokovic e Djokovic di nuovo.

Non era previsto. Non c’era nessuna logica statistica che potesse spiegare come un giocatore di trent’anni, con un solo titolo importante alle spalle, potesse dominare nei palcoscenici più grandi del tennis. Eppure, Wawrinka ha costruito le sue vittorie così: come se avesse bisogno di un’occasione estrema per superare se stesso.

A Parigi, nel 2015, la finale contro Djokovic è ancora un frammento iconico della sua carriera. Una partita giocata con un’intensità quasi mistica, con quel rovescio che esplodeva in cross e in lungolinea come se fosse alimentato da una fonte invisibile. Alla fine, Djokovic guardò verso la rete e sorrise: aveva capito di essere stato travolto da qualcosa che andava oltre il tennis.

La ferita del corpo

La gloria, nel tennis, non dura mai troppo. Il 2017 è stato l’anno delle operazioni, dei dolori al ginocchio, della lunga attesa per tornare a camminare, poi a correre, poi a colpire di nuovo. Molti in quel momento avrebbero deciso di chiudere, di lasciare spazio ai ricordi e ritirarsi con dignità.

Wawrinka no. Lui ha preferito ricominciare da zero, con la stessa determinazione di chi non conosce alternative. Ha passato mesi a lavorare nel silenzio dei campi d’allenamento, lontano dalle telecamere, mentre i riflettori del tennis mondiale si spostavano su una generazione nuova.

Quando è tornato, il mondo era cambiato. Federer e Nadal stavano vivendo le loro ultime stagioni, Djokovic era ancora lì e una nuova ondata di ragazzi – Carlos Alcaraz, Jannik Sinner, Holger Rune – occupava gli spazi che una volta erano suoi. Lui, però, continuava a esserci. Non più per vincere, ma per appartenere ancora a quel mondo.

L’età, la solitudine, la scelta

Ci sono immagini recenti di Wawrinka nei tornei Challenger, circondato da pubblico locale, ragazzini che cercano selfie, tribune mezze vuote. C’è un senso di malinconia, certo, ma anche qualcosa di profondamente puro. Un ex numero tre del mondo che accetta di ripartire da lì, senza maschere, senza bisogno di dimostrare niente.

Quando lo vedi camminare in campo, c’è ancora quella postura larga, quel passo pesante da giocatore abituato alle battaglie. Poi, quando parte lo scambio, tutto scompare: il tempo, l’età, la nostalgia. Resta solo la pallina e lui che prova ancora a colpirla nel modo più perfetto possibile.

È un gesto che diventa dichiarazione di identità. Continuare a giocare, a quarant’anni, significa rifiutare l’idea che la fine sia già scritta. Non è accanimento, non è ostinazione sterile. È qualcosa di più sottile: è un modo per dire che l’amore per il tennis non si misura in titoli, ma nel desiderio di esserci ancora, nonostante tutto.

L’uomo che non si arrende

Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better”. La frase tatuata sul suo braccio non è solo una citazione di Beckett, ma la sintesi di una vita sportiva intera. Ogni volta che Wawrinka entra in campo, porta con sé quella filosofia: provare, fallire, e farlo meglio.

Wawrinka non è mai stato il più elegante, né il più regolare, ma forse proprio per questo è diventato un simbolo per chi cerca un’altra idea di successo. La sua è una carriera costruita sull’errore e sulla rinascita, sull’idea che la forza non sia non cadere, ma rialzarsi sempre.

Quando lo si guarda oggi, si ha la sensazione che non stia giocando solo per sé. È come se incarnasse una forma di resistenza sportiva: quella di chi non vuole che la competizione finisca, di chi ha ancora bisogno del rumore delle racchette, della tensione dei tiebreak, dell’odore della terra battuta dopo la pioggia.

La vittoria al primo turno contro Botic van de Zandschulp all’ATP250 di Atene (al secondo turno affronta Lorenzo Musetti), in rimonta, è una chiara dichiarazione.

Una delle ragioni per cui continuo ad andare avanti sono queste sensazioni. Vedere i tifosi che mi sostengono, che mi trasmettono così tanta energia, è ancora qualcosa di incredibile. So che, quando mi ritirerò, non potrò provare niente di simile da nessun’altra parte. In fondo, amo il tennis e amo le sensazioni che mi regala. Dopo aver compiuto 40 anni è difficile fare piani a lungo termine, ma mi piacerebbe giocare in alcuni tornei l’anno prossimo; ci proverò sicuramente”.

La lezione di Stan

La storia di Stan è una parabola sulla volontà. Non quella che serve per vincere, ma quella che serve per continuare. Ha vinto tre slam, ha battuto tutti i più grandi, ha conquistato una medaglia d’oro olimpica e una Coppa Davis. Ciò che resta di lui, oggi, non sono solo i trofei, bensì la sua capacità di non arrendersi.

Nel tennis moderno, dove tutto è performance, dati, risultati, Wawrinka rappresenta un’idea romantica e irriducibile dello sport: quella che il valore sta nel provarci, anche quando il mondo ha già smesso di guardarti.

Ogni volta che impugna la racchetta, ogni volta che colpisce quel rovescio a una mano, sembra dirci che c’è ancora spazio per chi crede nella fatica, per chi non ha paura di sembrare vulnerabile.

Forse per questo, ancora oggi, guardare Wawrinka giocare fa bene. Non perché vinca, ma perché ci ricorda che si può perdere, invecchiare, cambiare; eppure continuare a lottare, come se la vita avesse ancora un set da giocare.