Errani Vavassori

15 Novembre 2025

Stefano Maffei

Dai fasti del passato al lento declino di oggi: la rinascita del doppio passa per l’Italia?

C’è un momento, in ogni torneo, in cui le tribune si svuotano. Il centrale si svuota, la telecamera si allontana, i giornalisti scappano a cercare la conferenza stampa del vincitore di giornata. È il momento in cui entra in campo il doppio. Due coppie, quattro racchette, una rete in mezzo. Il suono delle volée rimbalza in un silenzio quasi irreale. Il doppio si gioca ancora, certo, ma da anni non si guarda più.

Eppure, questa disciplina è stata, un tempo, il cuore sociale del tennis. L’altra metà del campo, la parte collettiva di uno sport che vive per l’individualità. Capire perché il doppio sia finito ai margini significa leggere la trasformazione del tennis stesso: da rito di club a spettacolo globale, da sport elegante e tattico a guerra di resistenza tra giganti del singolo.

Le origini: quando il tennis era una conversazione a quattro

Il doppio nasce quasi insieme al tennis. Nei giardini d’erba dell’Inghilterra vittoriana, gli uomini e le donne delle classi alte giocavano spesso in coppia. Era un modo per socializzare, per far parte di un gioco che era più scambio che battaglia. Il tennis era una lingua di cortesia e il doppio ne era la grammatica più elegante.

Per decenni, questa forma di gioco è rimasta centrale. Tutti i grandi tornei, da Wimbledon agli US Nationals (molto prima di diventare lo US Open), avevano il doppio come parte integrante del programma. Giocare in coppia non era una deviazione, ma una dimostrazione di completezza. I campioni veri facevano entrambe le cose: si giocava in singolo per il prestigio, ma in doppio per l’arte. Il colpo al volo, la copertura del campo, l’intesa con il compagno: tutto parlava di un tennis più tecnico e cerebrale.

Negli anni in cui il tennis era ancora sport da club, il doppio rappresentava il suo spirito. Era il tennis come danza, non come battaglia.

L’età dell’oro: quando il doppio aveva un volto

Tra gli anni Settanta e Ottanta il doppio vive la sua epoca d’oro. Il pubblico conosce i nomi dei campioni e delle coppie: John McEnroe e Peter Fleming, Martina Navratilova e Pam Shriver, Mark Woodforde e Todd Woodbridge, solo per citarne alcuni. Le grandi firme del singolo non disdegnano la doppia fatica. A volte, addirittura, trovano nel doppio un’altra forma di libertà.

C’era una dimensione artigianale in quel tennis. Gli scambi erano corti ma intensi, il ritmo ipnotico. Tutto si risolveva in un lampo: una risposta anticipata, un gioco di sguardi, un tocco di racchetta sul nastro. L’intesa tra i due giocatori era parte dello spettacolo, come una coreografia improvvisata. Si vinceva con la fiducia, non solo con la potenza.

In quegli anni il doppio aveva identità e racconto. Non era un’appendice, ma una sfida con una sua dignità tattica e tecnica. Il pubblico sapeva distinguere le coppie, riconosceva le loro strategie, si affezionava alle dinamiche: chi prendeva la rete, chi copriva il fondo, chi aveva la mano più educata. Era un tennis diverso, ma non di serie B.

Il lento declino: quando i riflettori si spengono

Poi qualcosa è cambiato. Non in un giorno, ma in una lunga, silenziosa erosione. Con l’avvento della televisione globale, delle dirette in alta definizione, dei tornei sponsorizzati dalle multinazionali, il tennis ha scelto il suo volto più telegenico: il singolo. La narrativa è più semplice: uno contro uno, la vittoria e la sconfitta come destino individuale. Il doppio, invece, è sfumato, troppo complesso per essere raccontato in due ore di diretta.

Negli anni Duemila, il distacco è diventato abisso. I grandi campioni del singolo hanno smesso di giocarlo. Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic raramente si sono concessi una partita in doppio, se non in Coppa Davis o alle Olimpiadi. Il risultato è stato inevitabile: senza i nomi, il pubblico ha smesso di guardare. Senza pubblico, i tornei hanno smesso di investire. Senza soldi, i giocatori del doppio sono diventati specialisti di nicchia, invisibili.

Il doppio è rimasto intrappolato in un paradosso: troppo tecnico per lo spettatore casuale, troppo marginale per i media, troppo poco remunerativo per chi punta al vertice.
Oggi si gioca spesso su campi secondari, davanti a spalti semivuoti, in orari pomeridiani quando la gente lavora o guarda i big match del singolo. Le finali di doppio raramente arrivano in prima serata e il loro spazio nei palinsesti è quasi simbolico.

È come se la disciplina fosse sopravvissuta solo per inerzia, una tradizione che nessuno ha il coraggio di togliere dal calendario, ma che pochi prendono davvero sul serio.

Il doppio come linguaggio in via d’estinzione

Guardare una partita di doppio oggi è come leggere un libro scritto in una lingua antica. C’è una grammatica che il tennis moderno ha dimenticato: il gioco di posizione, il serve&volley, la lettura dello spazio. Tutto ciò che nel singolo è scomparso (l’anticipo, la mano educata, la coordinazione di coppia) nel doppio è ancora centrale, ma è un linguaggio parlato da pochi.

I gemelli Bob e Mike Bryan sono stati gli ultimi a renderlo popolare, i veri ambasciatori di una forma di tennis diversa, allegra, spettacolare. Dopo il loro ritiro, la disciplina ha perso anche la sua faccia. Oggi, il doppio vive in un circuito parallelo. Ci sono coppie di grande valore tecnico, ma nessun personaggio riconoscibile. I migliori del singolo raramente fanno capolino e quando lo fanno è per allenarsi, per scaldarsi, non per vincere.

Il tennis, come tutti gli sport moderni, si è piegato alla logica della star. Il doppio non ha stelle e quindi non ha pubblico.

Il futuro possibile: rinascere o dissolversi

Ogni tanto qualcuno propone di salvare il doppio. C’è chi sogna di modificarne il formato, di ridurre i set, di creare tornei misti più spettacolari, di usarlo come veicolo televisivo per raccontare il tennis in modo diverso. Finora, però, nessuna rivoluzione è riuscita davvero a cambiare la percezione collettiva.

Il problema, forse, è più profondo. Il doppio non è mai stato solo una variante tecnica: è una diversa filosofia del gioco. È il tennis come dialogo, non come monologo. È la fiducia nel compagno, il sacrificio della metà del campo, l’idea che non tutto dipende da te. In un’epoca in cui il tennis celebra l’individuo come eroe solitario, il doppio rappresenta l’esatto contrario: la cooperazione, la sincronia, la condivisione del rischio. Forse è questo che lo condanna, ma anche ciò che lo rende unico.

Eppure, c’è qualcosa di romantico nel guardare due coppie che si muovono come un unico organismo. Nelle partite olimpiche, nella Coppa Davis, o nei tornei misti, quel senso di gioco collettivo torna a vibrare, come un’eco di un tennis più umano, più intimo.

Proprio questa sua diversità potrebbe essere la chiave di un ritorno. L’Italia, grazie a coppie come Sara Errani/Jasmin Paolini e Simone Bolelli/Andrea Vavassori, sta mostrando che basta un volto riconoscibile per riaccendere una fiamma. Basta un racconto ben fatto. Basta un pubblico che si accorga, di nuovo, che il tennis può essere anche una storia a due voci.

Errani e Paolini: una coppia che riapre una finestra sul passato

In Italia, il doppio ha ritrovato negli ultimi anni un volto riconoscibile. La coppia formata da Errani e Paolini ha riportato il pubblico davanti a una forma di tennis che sembrava riservata agli intenditori. Errani, con la sua esperienza da veterana, ha portato quell’istinto tattico che solo chi ha visto e giocato tutto può avere; Paolini ci ha aggiunto un entusiasmo contagioso, quasi adolescenziale, una leggerezza che diventa energia in campo. Le loro vittorie nei grandi palcoscenici non sono state soltanto trofei sollevati, ma sono state narrazioni nuove, riconoscibili, immediatamente traducibili in immagini per il pubblico generalista.

In un Paese che ha fame di personaggi e storie, Errani e Paolini hanno trasformato il doppio in una serie sportiva di successo: sorprese, rimonte, lacrime, abbracci. Ogni loro match è stato un teaser perfetto per un tennis che l’Italia non guardava più. Quando la TV ti rimette in prima serata, quando i giornali iniziano a dedicarti titoli e prime pagine, quando perfino chi non segue il circuito riconosce almeno un nome, allora anche gli sponsor iniziano ad interessarsi. Per un movimento che ha sempre oscillato tra individualismi e tentazioni corali, la loro coppia è diventata un piccolo segnale: se raccontata bene, questa disciplina può ancora emozionare.

Bolelli e Vavassori: la coppia che restituisce dignità al doppio maschile

Anche nel maschile, qualcosa si è mosso. Bolelli e Vavassori hanno rimesso il doppio maschile italiano sulla mappa, riportando una credibilità che sembrava estinta dopo l’epoca delle coppie impegnate solo in Coppa Davis. Il loro percorso è una storia di complementarità: eleganza e potenza, mano e solidità, istinto e disciplina. Insieme hanno dato al pubblico italiano una coppia con cui identificarsi, una squadra in uno sport che spesso respinge l’idea stessa di squadra. Ogni loro risultato importante ha funzionato come un battito di tamburo che ricorda agli appassionati che il doppio può ancora essere un territorio dove poter sognare di diventare grandi.

Le loro vittorie hanno riacceso interesse nei circoli, nei club, tra i ragazzi che imitano le volée guardando video su TikTok. Hanno riportato il doppio maschile negli highlights, costringendo perfino i media più pigri a raccontare quel gioco diverso, fatto di geometrie e intese. Nel mondo dello sport business, dove l’attenzione è moneta, questo significa nuove opportunità: investimenti, sponsorizzazioni, progetti di marketing. In Italia, più che altrove, dove il pubblico si innamora di storie prima che di statistiche, il doppio potrebbe davvero trovare un terreno fertile per rinascere.