Nel panorama del tennis spagnolo post-Nadal, spesso si parla di ricambio, di chi potrà raccogliere l’eredità di un movimento che per vent’anni ha vissuto un’epoca d’oro. Tra i nomi che hanno scelto la strada più dura, meno appariscente ma costante, c’è senza dubbio Jaume Antoni Munar Clar, maiorchino classe 1997, uno di quei giocatori che non fanno rumore ma che, stagione dopo stagione, riescono a ritagliarsi spazio nel circuito mondiale.
Cresciuto a Santanyí, nel cuore di Mallorca, Munar – che affronta Flavio Cobolli nel secondo singolare della finale di Coppa Davis tra Italia e Spagna a Bologna – ha respirato fin da piccolo la cultura tennistica dell’isola. La sua formazione è stata inevitabilmente influenzata dall’ambiente creato dalla Rafa Nadal Academy: disciplina, lavoro fisico, sacrificio, il tutto applicato alla superficie che più lo rappresenta — la terra battuta. È lì che il suo tennis trova la massima espressione: ritmo, resistenza, rovescio bimane solido, capacità di costruire il punto come un artigiano che non ha fretta.
Il suo ingresso nel tennis che conta avviene nel 2014, ma è nel 2018 che il grande pubblico inizia a conoscerlo: al Roland Garros arriva attraverso le qualificazioni e, al primo turno, rimonta l’esperto David Ferrer in una maratona emozionante. Una vittoria che sembra il manifesto della sua identità: tigna, sudore, lotta fino all’ultima palla.
Il 2019 è l’anno della conferma: a Marrakech firma una delle sue vittorie più prestigiose, battendo Alexander Zverev, allora numero 3 del mondo. Un lampo che fa pensare a un’imminente esplosione. Ma la scalata non è lineare: nelle stagioni successive Munar vive momenti complicati, alternando ottime prestazioni a periodi di poca fiducia, fino a scivolare fuori dalla Top 100. Come molti specialisti della terra, fatica a trovare continuità sul cemento e a reggere i ritmi dei tornei nordamericani e asiatici.
La vera maturità arriva però negli ultimi anni. L’ingresso definitivo tra i primi 50 del mondo è frutto di un percorso paziente: un titolo dopo l’altro nel circuito Challenger, qualche vittoria pesante nell’ATP Tour e la capacità, sempre maggiore, di competere anche lontano dalla terra. Il premio è arrivato nel 2025 con il suo miglior risultato in uno Slam, un sorprendente ottavo di finale agli US Open, e con il best ranking al numero 36 del mondo.
Il rapporto con la Coppa Davis è stato finora intermittente, ma significativo: Munar è uno di quei giocatori che in nazionale si trasformano, che sentono il richiamo della maglia. Nelle sfide più recenti ha portato punti importanti alla Spagna in un momento di piena transizione generazionale. È un uomo-squadra, affidabile, emotivamente presente, uno che non tradisce la battaglia.
Fuori dal campo, Munar mantiene un profilo basso. Chi lo conosce racconta di un ragazzo serio, metodico, capace di trasformare ogni stagione in un’occasione per migliorare un dettaglio. Ama Mallorca, dove torna appena può per allenarsi e ritrovare le proprie radici. Il suo soprannome, “Jimbo”, gli è stato affibbiato per la sua intensità agonistica, che ricorda vagamente quella di un giovane Jimmy Connors — senza gli eccessi, ma con la stessa fame.
Oggi Jaume Munar è l’immagine di un tennis che non si costruisce sui colpi spettacolari, ma sulla perseveranza. Non è il talento scintillante, non è l’erede designato, ma un professionista esemplare che ha saputo reinventarsi nei momenti difficili e che continua a crescere quando molti, alla sua età, hanno già accettato un ruolo marginale.
Per la Spagna che cerca nuovi punti fermi, specialmente in assenza del fenomeno Alcaraz, Munar rappresenta una certezza: un giocatore capace di dare tutto, sempre. Un esempio di come, anche senza clamore, si possa ritagliarsi un posto significativo nel tennis moderno.