Un anno dopo l’addio, il maiorchino si racconta a cuore aperto: rivalità, ossessioni, felicità e il peso di una carriera vissuta senza margine d’errore
A un anno esatto dalla sua ultima apparizione ufficiale, Rafa Nadal torna a parlare di sé, del tennis e di ciò che ha significato vivere vent’anni ai massimi livelli. Lo fa nel salotto di Universo Valdano (Movistar+), dove l’ex campione spagnolo si concede come raramente ha fatto: autentico, lucido e finalmente distante dall’urgenza della competizione.
“Sono arrivato alla fine senza più niente nel serbatoio”
Nadal non gira intorno alla verità: la sua carriera è finita non per mancanza di motivazione, ma perché il corpo ha detto basta.
«Ero preparato al ritiro perché avevo spinto le mie possibilità fino all’ultimo», racconta. «Il fatto di aver tentato tutto mi ha dato la tranquillità di chiudere in pace. Il serbatoio era vuoto».
Il maiorchino respinge anche l’idea di un addio tardivo: «Qualcuno pensava dovessi fermarmi prima. Ma uno deve agire secondo ciò che è. Io ho provato ad andare avanti finché davvero non c’erano più opzioni. Non mi sono ritirato perché ero stanco: ero felice di ciò che facevo, ma il corpo non reggeva più».
Il rapporto attuale con il tennis
Oggi Nadal guarda il tennis con leggerezza:
«Gioco ogni tanto, ma senza correre. Attraverso la mia accademia resto coinvolto, ma non seguo il tour giorno per giorno. Guardo solo quello che mi va».
Una nuova dimensione, più serena: «Ho guadagnato tranquillità. Non sento più la responsabilità quotidiana di dover rendere in condizioni spesso non adatte. Questo, umanamente, ti consuma».
La spinta dell’adrenalina: insostituibile
Il 22 volte campione Slam riconosce che nulla potrà eguagliare la sensazione di competere ai massimi livelli:
«Nella vita trovi molte cose belle, forse anche migliori del tennis, ma quell’adrenalina lì… è difficile ritrovarla altrove».
Lavoro o talento? “Gli sforzi sì, i sacrifici no”
Nadal rifiuta la narrazione del talento puro:
«Puoi avere il miglior talento del mondo, ma senza disciplina e lavoro nel tennis non vai da nessuna parte.
Io grandi sacrifici non ne ho fatti: ho fatto grandi sforzi, sì, ma ho sempre amato quello che facevo».
Successo e normalità
Per Rafa, il vero merito è non aver perso mai se stesso:
«Il mio successo mediatico è arrivato presto, ma non ho mai smesso di essere chi ero. Tutto era nuovo e intenso, ma non ho perso il focus».
L’autoesigenza: l’eredità dello zio Toni
«Mio zio mi ha reso una persona disciplinata, attenta, determinata. Sono sempre stato il mio critico più duro, quello che fissava l’asticella più alta».
La sua mentalità? Non credere ciecamente nella rimonta, ma non smettere mai di provarci:
«Quando stavo perdendo, lo sapevo. Ma non mi lasciavo andare. Cercavo soluzioni. Nel tennis, dare tutto anche sapendo che puoi perdere è parte del gioco».
Rivalità e i Big 3: “Non c’era margine per rilassarsi”
Il maiorchino parla con orgoglio dell’epoca dorata condivisa con Federer e Djokovic:
«Venivamo dopo Sampras e i suoi 14 Slam. Qualsiasi altro, arrivato a 14, avrebbe potuto pensare di aver raggiunto il massimo. Ma essendo in tre, non c’era margine per rilassarsi. Ci siamo sempre spinti a vicenda. È la grandezza della nostra epoca».
E aggiunge:
«Oggi possiamo andare a cena insieme senza problemi. La rivalità è rimasta in campo: fuori c’è rispetto e anche amicizia. Questo è un bel lascito per le nuove generazioni».
Su Sinner e Alcaraz
«Sinner e Alcaraz vogliono fare le cose bene. Credo che i Big 3 abbiano dimostrato che si può essere competitori feroci senza odiare il rivale».
Roland Garros, la storia irripetibile
Parlando di Parigi, Nadal si lascia andare alla nostalgia:
«Quello che ho vissuto lì è difficile da spiegare. È il mio record più importante. Perché succedessero quelle cose doveva incastrarsi tutto, e si è incastrato».
Rituali e concentrazione
Pur considerato quasi superstizioso, Nadal smentisce:
«Fuori dal campo non ho manie. In campo avevo routine di concentrazione. Avrei voluto farne a meno, ma mi aiutavano a rimanere focalizzato al 100%».
Lo sguardo sul futuro
Ora Rafa guarda avanti con gratitudine e serenità:
«Ho portato la mia carriera al limite, il più lontano possibile. Non ho rimpianti. Ho fatto tutto ciò che era in mio potere per prolungarla e per essere competitivo. È stato un viaggio bellissimo».